Lenacapavir in Eswatini: il farmaco anti-HIV che manca proprio ora

Promette di ridurre drasticamente le nuove infezioni da HIV, ma la sua diffusione è ancora troppo limitata per fare davvero la differenza

Eswatini HIV

In Eswatini, proteggersi dall’HIV non è sempre una scelta. Spesso è un compromesso.

Per una lavoratrice del sesso, chiedere a un cliente di usare il preservativo significa guadagnare meno. Accettare un rapporto non protetto può raddoppiare il compenso. In un Paese dove oltre la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, questa non è una semplice decisione sanitaria: è sopravvivenza.

E il prezzo da pagare è altissimo. Qui circa una persona su quattro vive con l’HIV, il tasso più alto al mondo. L’Eswatini, precedentemente noto come Swaziland, ha il più alto tasso di prevalenza di HIV al mondo. Registra circa 4.000 nuove infezioni da HIV all’anno su una popolazione di 1,2 milioni di abitanti.

Un farmaco che potrebbe cambiare tutto

Negli ambulatori del Paese circola una parola carica di speranza: lenacapavir. Non è un vaccino, ma per molti è come se lo fosse. Si tratta di un farmaco preventivo che viene somministrato tramite iniezione solo due volte l’anno. Se una donna risultata negativa al test per l’HIV è idonea al trattamento con lenacapavir, assumerà quattro compresse, 2 al giorno e riceverà un’iniezione in ciascuna coscia. Le compresse rappresentano una dose di carico per potenziare l’efficacia iniziale, necessaria solo quando si assume lenacapavir per la prima volta. Il farmaco si inietta in due dosi da 1,5 ml, per coprire con la terapia, il soggetto, per sei mesi.

Per un Paese come l’Eswatini, dove l’aderenza alle terapie è spesso difficile, potrebbe essere una svolta storica.

La realtà: “una goccia nell’oceano”

Il problema è che quasi nessuno riesce ad averlo.

Le cliniche ricevono poche decine o centinaia di dosi, che finiscono nel giro di giorni. In alcuni casi, le scorte sono così limitate che gran parte viene conservata per garantire la seconda somministrazione a chi ha già iniziato il trattamento. Il Fondo globale per la lotta contro l’HIV, la tubercolosi e la malaria fornirà al Paese 6.000 dosi nel 2026; 4.200 sono già arrivate, mentre le restanti sono previste per aprile. Un’ulteriore fornitura, finanziata dal governo statunitense, è attesa entro la fine dell’anno.

A livello nazionale, solo poche migliaia di persone hanno avuto accesso al lenacapavir. Troppo poche, rispetto a centinaia di migliaia di cittadini potenzialmente a rischio.

Gli operatori sanitari sono chiari: così non basta nemmeno per iniziare a invertire la tendenza. Al 19 marzo, 2.995 persone in Eswatini avevano iniziato ad assumere lenacapavir. La copertura finora è stata molto bassa. Anche se l’interesse delle persone, per il farmaco, sia estremamente alto.

Chi resta fuori

Le priorità sono definite: giovani donne, lavoratrici del sesso, donne incinte o in allattamento.

Non è un caso. Tre nuove infezioni su quattro riguardano ragazze e giovani donne. Molte di loro non possono negoziare l’uso del preservativo, né fidarsi della fedeltà dei partner.

Ma anche altri gruppi ad alto rischio restano ai margini: uomini che hanno rapporti con uomini, persone transgender, chi fa uso di droghe per via iniettiva. Per loro, accedere ai servizi sanitari può essere ancora più difficile, tra stigma e discriminazione.

In alcune strutture, raccontano, dichiarare il proprio orientamento sessuale può significare essere giudicati o respinti.

Le alternative che non funzionano

Il lenacapavir non è l’unica forma di prevenzione disponibile. Esistono già:

  • pillole da assumere ogni giorno (PrEP)
  • anelli vaginali
  • iniezioni da ripetere ogni due mesi

Ma nella pratica, molte di queste soluzioni falliscono. Le pillole richiedono costanza, difficile da mantenere in contesti di vita instabili. Gli anelli vaginali possono risultare scomodi o essere rifiutati dai partner. Le iniezioni frequenti sono percepite come dolorose o difficili da gestire.

Il risultato è che molte persone iniziano la profilassi e poi la abbandonano.

Povertà, violenza e scelte obbligate

Dietro i numeri ci sono storie. Donne che fuggono da mariti violenti, che si ritrovano sole con figli da mantenere. Senza istruzione, senza lavoro, senza alternative reali. La prostituzione diventa l’unico modo per sopravvivere.

In queste condizioni, pensare alla prevenzione dell’HIV passa in secondo piano. Prima viene il cibo, la scuola per i figli, l’affitto.

“Non pensavo alla malattia”, racconta una giovane madre. “Dovevo solo andare avanti.”

Il paradosso dei costi

Il lenacapavir è anche al centro di un altro paradosso. Negli Stati Uniti, il trattamento costa oltre 28.000 dollari all’anno per paziente. Nei Paesi più poveri, grazie ad accordi internazionali, il prezzo scende a circa 60 dollari. In futuro, con i farmaci generici, potrebbe calare ancora.

Eppure, anche a questo prezzo, le forniture non bastano.

Le distribuzioni dipendono da fondi internazionali, spesso instabili. I recenti tagli agli aiuti hanno già ridotto programmi di prevenzione e servizi per le comunità più vulnerabili.

Nel frattempo, organizzazioni umanitarie accusano il produttore di limitare l’accesso a versioni più economiche del farmaco.

Una corsa contro il tempo

C’è anche un altro elemento critico: il momento giusto.

Per iniziare il trattamento con lenacapavir, bisogna non aver avuto rapporti a rischio nei giorni precedenti (nelle ultime 72 ore). In caso contrario, si deve ricorrere a terapie alternative temporanee, tipo la (PrEP).

Questo significa che molte persone arrivano in clinica, pronte a proteggersi, ma vengono rimandate. E non è detto che, al ritorno, il farmaco sia ancora disponibile.

Una speranza fragile

Nonostante tutto, il lenacapavir rappresenta qualcosa di raro nella lotta all’HIV: una vera possibilità di cambiare le regole del gioco. Per la prima volta, un farmaco innovativo è arrivato nell’Africa subsahariana quasi contemporaneamente ai Paesi ricchi. Un segnale importante.

Ma senza una distribuzione su larga scala, rischia di restare un’opportunità mancata. Il governo dell’Eswatini ha un obiettivo ambizioso: eliminare l’AIDS come minaccia per la salute pubblica entro il 2030, forse già entro il 2028.

Per riuscirci, però, serve una cosa semplice e difficilissima allo stesso tempo: che questo farmaco arrivi davvero a chi ne ha bisogno.