Quando il lavoro non garantisce più dignità

L’inchiesta su Glovo riapre il tema del salario minimo e della tutela dei lavoratori più fragili

Glovo

L’inchiesta avviata dalla Procura di Milano sul sistema di lavoro della piattaforma di food delivery Glovo rappresenta un passaggio cruciale nel dibattito sul lavoro povero e sullo sfruttamento nella cosiddetta “economia delle app”. Il controllo giudiziario disposto nei confronti di Foodinho srl, società che gestisce Glovo in Italia, porta alla luce una realtà che da tempo era sotto gli occhi di tutti, ma troppo spesso ignorata, migliaia di rider costretti a lavorare in condizioni economiche incompatibili con i principi costituzionali.

Paghe da fame e controllo costante

Secondo l’ipotesi accusatoria, oltre 2.000 rider a Milano e circa 40.000 in tutta Italia avrebbero percepito compensi ben al di sotto della soglia di povertà e dei minimi previsti dai contratti collettivi. Paghe da 2,50 a 3,70 euro a consegna, turni di 10-12 ore al giorno, controlli costanti tramite geolocalizzazione e un sistema di penalizzazioni automatiche in caso di ritardi, un modello che, nella sostanza, assomiglia più al caporalato che a una moderna organizzazione del lavoro.

La Costituzione tradita

Il punto centrale non è soltanto giuridico, ma politico e morale. L’articolo 36 della Costituzione stabilisce che ogni lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa. Quando un rider, pur lavorando a tempo pieno, riesce a guadagnare appena 800 o 900 euro al mese, spesso utilizzando mezzi propri e assumendosi tutti i rischi, quel principio viene svuotato di significato.

Il ruolo della magistratura

In questo quadro, va riconosciuto il ruolo fondamentale della magistratura inquirente e, in particolare, del pubblico ministero Paolo Storari, che ha avuto il coraggio di qualificare queste pratiche come sfruttamento aggravato, andando oltre la retorica dell’“autonomia” e della “flessibilità”. Il suo lavoro non è un atto ideologico, ma l’applicazione rigorosa della legge a tutela delle fasce più deboli del mercato del lavoro. È un segnale chiaro, l’innovazione tecnologica non può essere un alibi per comprimere diritti fondamentali.

Lo stato di bisogno come leva del sistema

Le testimonianze dei rider parlano di uno stato di bisogno diffuso, spesso aggravato dalla condizione di migranti che inviano parte del salario alle famiglie nei Paesi d’origine. È proprio su questa fragilità che il sistema sembra aver costruito il proprio equilibrio economico. Un equilibrio che produce profitti per le piattaforme, ma precarietà strutturale per chi pedala ogni giorno nelle città italiane.

La responsabilità della politica

La politica non può più limitarsi a osservare o a intervenire in modo episodico. Il caso Glovo dimostra che senza regole chiare il mercato tende a scaricare i costi sui lavoratori. Serve una risposta sistemica, che affronti il tema del lavoro povero in tutti i settori e non solo nella gig economy.

Salario minimo: una scelta di civiltà

In questo senso, l’obiettivo di un salario minimo legale torna ad essere centrale. Non come concessione ideologica, ma come strumento di civiltà giuridica e sociale. Incentivare e sostenere il lavoro della magistratura, come quello portato avanti da Storari, significa anche creare le condizioni affinché il legislatore si assuma finalmente la responsabilità di garantire a tutti i lavoratori una base salariale dignitosa.

La lotta allo sfruttamento non è una battaglia contro l’impresa, ma contro un modello che normalizza la povertà lavorativa. Continuare su questa strada è un dovere per le istituzioni, se davvero si vuole restituire senso e concretezza alla parola “dignità”.