Dopo oltre cinque anni di ricerche e speranze, è arrivata la conferma ufficiale: Kristen Galvan, adolescente del Texas scomparsa a soli 15 anni, è stata assassinata. L’identificazione è avvenuta grazie a un recente test del DNA che ha collegato i resti rinvenuti nel 2020 alla ragazza.
A darne notizia è stata la madre, Robyn Cory, che non ha mai smesso di cercare la figlia e di denunciare le falle nelle indagini.
Resti ritrovati e mai collegati alla scomparsa
Il 29 gennaio 2020, circa tre settimane dopo la sparizione di Kristen, resti umani parziali furono scoperti sotto un ponte a Missouri City, in Texas. Si trattava solo di parti del cranio: arti, parte inferiore del corpo e altre porzioni non sono mai state recuperate.
Nonostante il ritrovamento, il corpo venne catalogato come “Jane Doe” e non fu messo in relazione con il caso della ragazza scomparsa.
Il profilo NamUs e i dubbi ignorati
I resti vennero inseriti nel database federale NamUs, che raccoglie segnalazioni di persone non identificate. Il profilo descriveva una ragazza tra i 12 e i 18 anni e includeva una ricostruzione forense del volto che, secondo Cory, somigliava in modo impressionante a Kristen.
La madre scoprì quel profilo nel 2022 e chiese alle autorità di verificare un possibile collegamento. Le forze dell’ordine esclusero l’ipotesi, senza però effettuare alcun test del DNA.
Il test decisivo arrivato solo nel 2025
Solo nel luglio 2025 il DNA dei resti è stato finalmente analizzato. Il mese successivo, Cory ha ricevuto la conferma che il suo DNA mitocondriale combaciava con quello del corpo: madre e figlia.
Alla donna è stato chiesto di non rendere pubblica la notizia per diversi mesi, mentre le indagini sull’omicidio venivano riaperte.
Chi era Kristen, chiamata “Kiki”
Kristen, conosciuta come “Kiki” da amici e familiari, era una ragazza brillante e piena di sogni. Andava bene a scuola, faceva parte delle Girl Scout, partecipava alla squadra di addestramento della sua scuola e aspirava a una carriera militare.
Era profondamente legata ai due fratelli minori, che la consideravano un punto di riferimento.
L’adescamento sui social e la tratta sessuale
Nel 2019, la vita di Kristen cambiò drasticamente. Un ragazzo legato a una gang di Houston la individuò come possibile vittima e iniziò a contattarla sui social. Attraverso Instagram arrivarono messaggi lusinghieri, inviti a feste e promesse di protezione.
Poco dopo, la ragazza venne allontanata da casa. Due settimane più tardi fu ritrovata dalla polizia nel quartiere a luci rosse di Houston e riportata dalla madre.
Il ritorno a casa e le minacce
Kristen tornò profondamente traumatizzata. Raccontò di essere stata picchiata, costretta a prostituirsi e terrorizzata dalle minacce dei suoi sfruttatori, che dicevano di poter fare del male alla sua famiglia.
Fornì una testimonianza alle autorità, utilizzata poi per condannare il suo trafficante: Aryion Jackson, rapper locale e membro della gang.
La “trappola” gestita dalla gang
Secondo gli atti giudiziari, Jackson e i suoi complici gestivano un appartamento dove fino a 12 ragazze e donne erano costrette a prostituirsi contemporaneamente. Chi non raggiungeva le quote imposte subiva violenze.
Alle vittime venivano negati cibo e libertà, mentre venivano somministrate droghe per mantenerle operative. Instagram veniva usato per pubblicizzare le ragazze e organizzare incontri a pagamento.
La seconda scomparsa
Il 3 gennaio 2020, cinque mesi dopo il primo rientro a casa, Kristen scomparve di nuovo. La madre è convinta che la ragazza sia stata costretta a fuggire per proteggere la famiglia dalle ritorsioni dei trafficanti.
Da quel momento, nessuno ha più avuto sue notizie.
Una verità rimasta sotto gli occhi di tutti
Nonostante l’arresto di Jackson, emerso anche che continuava a gestire la tratta sessuale persino dal carcere, il destino di Kristen restava ignoto.
Nel frattempo, Cory collaborava con investigatori privati e associazioni per salvare altre minorenni sfruttate, sperando che un giorno una di loro fosse sua figlia.
La verità, però, era già lì: Kristen era la ragazza senza nome, il volto ricostruito online, mai identificato.
“Nessun genitore dovrebbe fare questo”
«È rimasta nascosta in bella vista per tutto il tempo», ha detto Cory. «Nessun genitore dovrebbe dover risolvere il caso della propria figlia».
Una frase che riassume una tragedia personale, ma anche il fallimento di un sistema che non è riuscito a proteggere una minorenne vittima di tratta.
