Iran, cronaca di un disastro annunciato

Pressione militare e ultimatum falliscono: Washington esce indebolita, mentre il mondo paga le conseguenze

Il Vicepresidente statunitense JD Vance saluta con la mano mentre sale a bordo dell'Air Force Two dopo aver partecipato a colloqui sull'Iran a Islamabad

Il ritorno a Washington del vicepresidente JD Vance, dopo oltre venti ore di negoziati infruttuosi con Teheran, non rappresenta un incidente di percorso. È, piuttosto, la conferma di un fallimento strategico che era evidente sin dall’inizio.

I colloqui di Islamabad si sono conclusi senza alcun accordo, nonostante fossero considerati il tentativo più significativo di fermare un conflitto che ha già destabilizzato il Medio Oriente e messo sotto pressione l’economia globale. Le posizioni restano inconciliabili, Washington ha insistito su condizioni rigide, mentre l’Iran le ha giudicate irrealistiche ed eccessive. Nessun compromesso, nessun passo avanti.

Ma ridurre tutto a un fallimento negoziale sarebbe fuorviante. Qui si misura il fallimento di un’intera strategia.

L’intervento militare avviato sotto la guida di Donald Trump, con il sostegno di Israele, si fondava sull’idea che una pressione rapida e schiacciante avrebbe costretto Teheran a cedere. È accaduto l’opposto. L’Iran non solo non ha capitolato, ma ha consolidato la propria posizione negoziale, arrivando ai colloqui senza alcuna reale necessità di concessioni.

Nel frattempo, il costo della guerra si è esteso ben oltre il teatro militare. Il blocco dello stretto di Hormuz e le tensioni nella regione hanno colpito direttamente le forniture energetiche globali, contribuendo a una crescente instabilità dei mercati . Non è una crisi lontana, è un conto che si riflette nelle economie di tutto il mondo, Europa compresa.

A emergere è una doppia miopia. Da un lato, la sottovalutazione della resilienza iraniana e della complessità regionale; dall’altro, l’illusione che la coercizione militare possa sostituire una strategia diplomatica credibile. La distanza tra le richieste delle parti, dalla questione nucleare al controllo delle rotte energetiche, non è mai stata realmente colmata, perché non è mai stata davvero compresa.

In questo quadro, la missione affidata a Vance appare per ciò che è stata, un tentativo tardivo di contenere una crisi già sfuggita di mano. Non un negoziato costruito per riuscire, ma uno strumento per guadagnare tempo e limitare i danni.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nessuna pace, una tregua fragile, e un conflitto che continua a produrre instabilità politica ed economica. L’idea iniziale di una vittoria rapida si è trasformata in un’impasse costosa e pericolosa.

Le responsabilità sono politiche prima ancora che militari. La scelta di imboccare la strada dello scontro, senza una reale architettura diplomatica e senza una comprensione profonda dell’avversario, ha finito per isolare chi quella strategia l’ha promossa. E soprattutto ha trasferito il peso delle conseguenze sull’intero sistema internazionale.

Il fallimento non è solo l’assenza di un accordo. È aver costruito le condizioni perché quell’accordo fosse, fin dall’inizio, quasi impossibile.