Dopo oltre due settimane di proteste diffuse in quasi tutte le province, l’Iran appare intrappolato in una spirale pericolosa, repressione interna sempre più dura e crescente tensione con gli Stati Uniti. Le manifestazioni, iniziate per la crisi economica, si sono rapidamente trasformate in una sfida politica diretta al sistema teocratico instaurato dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Le autorità parlano di ordine ristabilito, ma il blackout quasi totale di Internet e delle comunicazioni telefoniche racconta un’altra storia.
Il bilancio della repressione e il silenzio ufficiale
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, i morti accertati sono migliaia. Gli arresti superano le diecimila unità. Il governo continua a non fornire un bilancio ufficiale e attribuisce le violenze a “terroristi sostenuti da Stati Uniti e Israele”. Nel frattempo, Teheran ha organizzato manifestazioni filogovernative per mostrare compattezza e controllo, mentre la televisione di Stato resta praticamente l’unica fonte di informazione dal Paese.
Washington tra diplomazia e opzione militare
Sul piano internazionale, la crisi interna si intreccia con uno scontro sempre più esplicito con Washington. L’amministrazione Trump, pur dichiarando di privilegiare la via diplomatica, non esclude un’opzione militare. I media statunitensi parlano di discussioni preliminari su possibili attacchi contro siti militari iraniani, senza che sia stata presa una decisione definitiva. Le minacce del presidente hanno però già avuto un effetto concreto, secondo fonti iraniane, i contatti diretti tra il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e l’inviato speciale americano Steve Witkoff sono stati sospesi.
La minaccia diretta: “Colpiremo le basi USA nella regione”
È in questo contesto che arriva l’avvertimento più grave. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, ha dichiarato che in caso di attacco americano l’Iran colpirà non solo Israele, ma anche tutte le basi militari statunitensi in Medio Oriente e le principali rotte marittime della regione. Teheran avrebbe già informato Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Turchia che le installazioni USA nei loro territori diventerebbero obiettivi legittimi, chiedendo loro di impedire a Washington qualsiasi azione militare.
Una deterrenza credibile e pericolosa
Non si tratta di una minaccia generica. Gli Stati Uniti mantengono importanti basi aeree e navali in Bahrein, Qatar ed Emirati, snodi strategici per le operazioni nella regione. L’Iran ha già dimostrato in passato di essere disposto a colpire direttamente interessi americani, come nell’attacco alla base di Al Udeid in Qatar. Le parole di Ghalibaf, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie, hanno quindi un peso politico e militare preciso.
L’offensiva diplomatica iraniana e l’accusa di “cambio di regime”
Parallelamente, la missione iraniana all’ONU accusa Washington di perseguire un cambio di regime attraverso sanzioni, disordini e pressione economica, creando il pretesto per un intervento militare. Una linea condivisa anche nella lettera inviata dall’ambasciatore Amir Saeid Iravani al segretario generale Guterres, in cui si punta il dito contro Stati Uniti e Israele per la perdita di vite civili.
Europa, alleati e il fronte internazionale diviso
L’Unione Europea ha risposto vietando l’accesso ai diplomatici iraniani al Parlamento europeo e preparando nuove sanzioni. Mosca e Pechino, principali alleati di Teheran, si limitano a condannare le “ingerenze straniere”. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, ha invece invitato Trump a intervenire, presentandosi come possibile figura di transizione.
Una crisi interna che rischia di diventare regionale
Il rischio è evidente, una repressione interna che non si arresta, una popolazione sempre più esasperata e una retorica di guerra che cresce da entrambe le parti. La minaccia iraniana di colpire le basi USA in Medio Oriente segna un salto di qualità nella crisi. Se Washington dovesse scegliere la via militare, l’escalation regionale sarebbe quasi inevitabile, con conseguenze difficilmente controllabili per l’intero Medio Oriente.
