Iran nel mirino del Big Tech Usa: rischio guerra sui data center

Teheran considera Google, Amazon e altri giganti tecnologici parte della macchina militare americana. Dopo l’attacco ai data center nel Golfo cresce il timore di effetti a catena sui servizi civili, dalle app di pagamento alle banche.

Big Tech

I Big Tech statunitensi sono entrati ufficialmente tra i potenziali obiettivi militari dell’Iran. Secondo Teheran, aziende come Google, Amazon e Microsoft non sono più semplici imprese private ma componenti strategiche dell’apparato militare americano.

L’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha infatti indicato sedi, infrastrutture e centri di ricerca delle principali aziende tecnologiche Usa come obiettivi legittimi in caso di escalation del conflitto regionale. Nella lista compaiono anche Nvidia, IBM, Oracle e Palantir.

Le strutture considerate vulnerabili includono uffici, data center e hub tecnologici situati in Israele e nei Paesi del Golfo, comprese città chiave come Dubai e Abu Dhabi.

L’attacco del 3 marzo ai data center Amazon

Il segnale più concreto di questa strategia è arrivato il 3 marzo, quando droni hanno colpito tre data center di Amazon situati tra Bahrein ed Emirati Arabi Uniti.

Secondo diverse ricostruzioni, l’attacco ha avuto ripercussioni immediate sui servizi digitali della regione. Circa nove milioni di utenti si sono ritrovati improvvisamente senza accesso alle applicazioni di pagamento e ad altri strumenti online utilizzati quotidianamente.

L’episodio ha mostrato quanto le infrastrutture digitali siano diventate critiche non solo per la difesa, ma anche per l’economia e la vita quotidiana.

Perché il Big Tech è diventato un obiettivo militare

Secondo Michele Colajanni, esperto di sicurezza informatica e docente all’Università di Bologna, il motivo principale è l’integrazione sempre più stretta tra aziende tecnologiche e difesa statunitense.

Negli ultimi anni, infatti, le grandi piattaforme digitali hanno fornito infrastrutture e strumenti utilizzati anche in ambito militare. Tra le tecnologie più rilevanti ci sono:

  • intelligenza artificiale, utilizzata per analizzare dati e supportare decisioni operative

  • cloud computing, fondamentale per archiviare e gestire grandi quantità di informazioni

Gli stessi strumenti che sostengono operazioni militari sono però anche alla base dei servizi civili: piattaforme online, banche digitali, sistemi di pagamento e applicazioni utilizzate ogni giorno da milioni di persone.

Questo intreccio rende difficile distinguere tra obiettivi militari e infrastrutture essenziali per la popolazione.

Il rischio per banche, pagamenti e servizi digitali

L’attacco ai data center ha dimostrato quanto un’azione fisica possa avere effetti immediati sul mondo digitale.

Pierguido Iezzi, direttore cyber della società Maticmind, sintetizza il problema con un esempio concreto: un drone colpisce un edificio e milioni di utenti non riescono più a pagare un taxi o controllare il saldo del conto corrente.

Secondo l’esperto, questo tipo di strategia rientra in un modello di conflitto sempre più diffuso chiamato “phigital”, cioè la fusione tra dimensione fisica e digitale della guerra.

L’obiettivo non è solo distruggere infrastrutture, ma anche:

  • infiltrarsi nelle reti informatiche

  • raccogliere informazioni per lunghi periodi

  • colpire nel momento più opportuno

  • provocare effetti a catena su cloud e servizi essenziali

In questo modo si punta a creare disordine e aumentare i costi economici per l’avversario.

Il nodo irrisolto: separare usi civili e militari

Una possibile soluzione sarebbe separare le infrastrutture digitali utilizzate per scopi civili da quelle militari. Tuttavia, secondo gli esperti, questa distinzione oggi è raramente applicata.

Anzi, spesso i servizi vengono integrati proprio per rendere meno visibile l’utilizzo militare delle tecnologie. Il risultato è che infrastrutture fondamentali per la vita quotidiana finiscono per diventare potenziali bersagli.

L’alleanza tra Silicon Valley e Pentagono

L’intreccio tra Big Tech e difesa americana è diventato sempre più evidente negli ultimi anni.

Nel 2025 alcuni dirigenti di importanti aziende tecnologiche hanno persino partecipato a un programma di collaborazione con il Pentagono, offrendo centinaia di ore di lavoro per aiutare l’esercito a integrare nuove tecnologie nei sistemi militari.

Tra i protagonisti figuravano dirigenti di Meta, Palantir e OpenAI. L’obiettivo era accelerare lo sviluppo di strumenti basati su intelligenza artificiale per la sicurezza nazionale.

Questa collaborazione è stata interpretata da molti analisti come un segnale di crescente convergenza tra industria tecnologica e apparato militare.

Dalle proteste interne alla svolta pro-difesa

Non sempre le aziende tecnologiche hanno accettato senza resistenze la collaborazione con l’esercito.

Nel 2018 migliaia di dipendenti protestarono contro la partecipazione di Google al progetto Maven del Pentagono, portando l’azienda a ritirarsi dal contratto. Negli anni successivi, tuttavia, la posizione del settore è cambiata.

Nel 2024 proteste simili contro tecnologie destinate all’esercito israeliano non hanno portato allo stesso risultato: diversi dipendenti sono stati licenziati e i progetti sono proseguiti.

Un nuovo fronte della guerra tecnologica

L’inserimento dei giganti digitali tra gli obiettivi militari segna una trasformazione profonda del conflitto contemporaneo.

Le guerre non si combattono più soltanto con eserciti e armamenti tradizionali, ma anche attraverso infrastrutture digitali, dati e piattaforme tecnologiche.

In questo scenario, attaccare un data center può avere effetti simili – o persino superiori – a quelli di un bombardamento tradizionale, con conseguenze immediate sulla vita economica e sociale di intere regioni.