La morte del giudice israeliano Benny Sagi, presidente del Tribunale Distrettuale di Beersheba e figura coinvolta nei procedimenti per corruzione a carico del primo ministro Benjamin Netanyahu, non può essere archiviata come un semplice fatto di cronaca. Un veicolo “spuntato dal nulla” da una zona fuoristrada che si immette improvvisamente sull’autostrada Route 6 e travolge una motocicletta, la dinamica è, per usare un eufemismo, anomala. E quando l’anomalia colpisce il cuore della magistratura, il dovere civile è uno solo, chiedere chiarezza, senza sconti.
Il contesto di una giustizia sotto pressione
Israele vive da anni una tensione crescente tra potere politico ed equilibrio giudiziario, culminata nelle riforme contestate e nelle manifestazioni di massa che hanno attraversato il Paese. In questo clima, la scomparsa improvvisa di un magistrato di primo piano, noto per il suo rigore e per il ruolo nei procedimenti più sensibili, assume inevitabilmente un peso politico. Non per alimentare sospetti, ma perché la storia recente ha insegnato che la fragilità delle istituzioni comincia sempre quando i contrappesi si indeboliscono.
Nessuna accusa, ma nessun silenzio
Nessuna accusa può essere formulata senza prove. Nessuna scorciatoia complottista può sostituire il lavoro investigativo. Ma è altrettanto vero che la fiducia pubblica non si tutela con il silenzio, bensì con la trasparenza. Le circostanze dell’incidente, l’ingresso irregolare del veicolo, la collisione frontale, l’assenza di segni di vita al momento dei soccorsi, impongono un’indagine piena, indipendente, credibile. Non un’indagine “di rito”, ma un accertamento che non escluda a priori alcuna pista.
Il diritto di pretendere la verità
Il punto non è insinuare, ma pretendere. Pretendere che la verità venga cercata senza timori reverenziali. Pretendere che l’ombra del potere non si proietti sui verbali di polizia. Pretendere che nessuna ragione di Stato diventi una scorciatoia per archiviare ciò che disturba. In una democrazia matura, sempre che lo sia ancora, la forza delle istituzioni si misura proprio nella capacità di indagare su se stesse.
Il danno simbolico e la frattura civile
Anche se l’ipotesi di un atto deliberato dovesse rivelarsi infondata, resta il danno simbolico, un giudice che indaga il premier muore in un incidente “improbabile” e l’opinione pubblica, già lacerata, si divide tra sospetto e rassegnazione. È così che si erode la fiducia nelle istituzioni. È così che la democrazia si indebolisce non per colpi di Stato, ma per logoramento quotidiano.
Un magistrato, non un militante
Benny Sagi era considerato un giurista equilibrato, un mediatore, un uomo di legge prima che di potere. La sua carriera parla di servizio, non di militanza. La sua morte, dunque, non riguarda solo la sua famiglia o il suo tribunale, riguarda lo Stato di diritto. Quando il confine tra politica e giustizia si fa poroso, la magistratura dovrebbe essere più protetta, non più esposta.
La responsabilità delle istituzioni
Le autorità israeliane hanno il dovere, verso i cittadini e verso la comunità internazionale, di dissipare ogni dubbio. Di mostrare, con i fatti, che nessuno è intoccabile e che nessuno è sacrificabile. Che la legge non si ferma davanti ai palazzi del potere e non arretra davanti alle ombre.
In gioco non c’è solo la verità su un incidente. In gioco c’è la credibilità di un sistema. E quando la giustizia muore sull’asfalto, il silenzio non è neutralità, è complicità.
