Il 12 aprile non vota solo Budapest, ma tutta l’Europa

Il voto deciderà se Budapest tornerà al cuore dell’UE con Péter Magyar o continuerà la traiettoria autoritaria di Viktor Orbán

Peter Magyar

Il 12 aprile l’Ungheria non voterà soltanto per rinnovare il Parlamento. Voterà per definire la propria collocazione strategica in un’Europa attraversata da tensioni geopolitiche, crisi economiche e sfide democratiche. La sfida tra il primo ministro in carica Viktor Orbán e il leader dell’opposizione Péter Magyar assume così un valore che supera i confini nazionali.

Dopo sedici anni di governo Orbán, l’Ungheria si trova sospesa tra due traiettorie, consolidare la propria appartenenza all’Unione Europea oppure proseguire lungo la strada della cosiddetta “democrazia illiberale”, con legami sempre più stretti verso Est e con sistemi politici caratterizzati da concentrazione del potere e opacità istituzionale. Orbán ha rivendicato con orgoglio un modello alternativo a quello liberaldemocratico europeo, presentando il Paese come ponte tra “tradizioni orientali e istituzioni occidentali”. Ma nella pratica, questo equilibrio si è tradotto in un progressivo isolamento politico all’interno dell’UE e nel congelamento di circa 17 miliardi di euro di fondi europei, inclusi quelli della Recovery and Resilience Facility.

Il punto centrale è proprio questo, la posta in gioco non è solo simbolica, ma concreta. Senza lo sblocco dei fondi europei, l’economia ungherese, già stagnante, rischia di perdere un’occasione decisiva di rilancio infrastrutturale e industriale. Péter Magyar, alla guida del partito Tisza, ha impostato la campagna elettorale come un referendum sull’appartenenza europea del Paese. Il suo impegno è chiaro, ripristinare le condizioni sullo stato di diritto richieste da Bruxelles e negoziare rapidamente lo sblocco delle risorse. Non si tratta di un atto di subordinazione, ma di riallineamento ai principi fondativi dell’Unione, indipendenza della magistratura, trasparenza nell’uso dei fondi pubblici, pluralismo mediatico.

L’importanza europea di queste elezioni è evidente. In un momento in cui l’UE deve gestire la guerra in Ucraina, la pressione russa e le incertezze transatlantiche legate alla presidenza “Make America Great Again” di Donald Trump, la posizione di Budapest pesa. Orbán ha coltivato rapporti privilegiati con Mosca, con alcune ex repubbliche sovietiche e con reti di potere che ruotano attorno a oligarchie energetiche e finanziarie. Questa postura ha spesso indebolito la coesione europea su dossier cruciali, dalle sanzioni alla politica energetica.

Magyar propone un approccio diverso, mantenere relazioni pragmatiche con Washington, qualunque sia l’amministrazione, ma ancorare saldamente l’Ungheria al nucleo decisionale europeo. Sull’Ucraina, ha escluso l’invio di truppe o armi, ma ha sostenuto con chiarezza il processo di pace e il sostegno diplomatico a Kiev. È una posizione che evita l’escalation retorica interna senza sacrificare la solidarietà europea.

Orbán ha impostato la narrazione elettorale come scelta tra “guerra e pace”, accusando l’opposizione di voler trascinare il Paese nel conflitto. È una polarizzazione funzionale alla mobilitazione, ma riduce una questione complessa a uno slogan. La vera alternativa è tra un’Ungheria che partecipa da protagonista al progetto europeo e una che resta ai margini, legata a rapporti bilaterali opachi e a una concezione del potere sempre più personalizzata.

Per l’Europa, il 12 aprile rappresenta un banco di prova. Se Budapest dovesse voltare pagina, si aprirebbe una fase di ricomposizione politica nell’Europa centrale, con effetti a catena anche sugli equilibri interni dell’Unione. Se invece prevarrà la continuità, l’UE dovrà confrontarsi con un membro sempre più distante dai suoi standard democratici.

In definitiva, le elezioni ungheresi non sono un fatto periferico. Sono uno snodo che riguarda la credibilità del progetto europeo stesso. E per molti ungheresi, la domanda è semplice quanto decisiva, restare pienamente in Europa o scivolare verso un modello che guarda agli oligarchi più che ai cittadini.