Le parole di Donald Trump sulla Groenlandia non sono una semplice provocazione, ma un messaggio politico preciso, gli Stati Uniti, sotto la sua guida, sono pronti a forzare ogni cornice giuridica e diplomatica pur di ottenere ciò che considerano strategicamente vitale. Anche a costo di spaccare l’alleanza atlantica. Anche a costo di umiliare l’Europa. Anche a costo di calpestare il diritto internazionale. Un terreno, quest’ultimo, che Trump attraversa con naturalezza, perché nella sua visione la propria morale conta più delle regole condivise e la forza più dei trattati.
La Nato come merce di scambio
«Potrei dover scegliere tra la Groenlandia e la Nato», ha dichiarato al New York Times . Non è solo una provocazione, è la teorizzazione di un ricatto geopolitico. O l’Europa accetta l’espansione americana nell’Artico, oppure Washington riconsidera il suo impegno nella difesa collettiva. La Nato, da pilastro dell’ordine occidentale, diventa merce di scambio.
La riscrittura della storia per legittimare la forza
Il punto è chiaro, la Groenlandia è vista da Trump come un asset, non come un territorio con una storia, un popolo, uno status giuridico definito. Le dichiarazioni dell’inviato speciale Jeff Landry che parla di “occupazione” danese e di presunte violazioni dei protocolli ONU, non solo sono storicamente infondate, ma rivelano una strategia comunicativa tipicamente trumpiana, delegittimare la sovranità altrui per costruire una pretesa. Prima si riscrive la storia, poi si riscrive il diritto.
È una logica coloniale, senza eufemismi. La Danimarca viene dipinta come usurpatrice, l’autonomia groenlandese come dettaglio secondario, l’Onu come fastidio procedurale. In questa narrazione, gli Stati Uniti non “annetterebbero”, ma “ripristinerebbero” un ordine. È lo stesso schema visto altrove, quando il diritto intralcia, lo si delegittima.
Disprezzo per l’Europa, nostalgia dell’impero
Ancora più inquietante è il disprezzo esplicito per l’Europa. «L’Europa sta diventando un luogo molto diverso, e devono davvero darsi una regolata», dice Trump. Il tono è paternalistico, quasi coloniale, l’alleato viene trattato come un vassallo indisciplinato. Non un partner, ma un problema da correggere. La fedeltà americana non è più un dato politico, è una concessione condizionata.
Alleati che si preparano a contenere l’alleato
Nel frattempo, Londra, Berlino e Parigi discutono di un possibile dispiegamento di truppe in Groenlandia per scoraggiare qualsiasi tentazione annessionistica. Un fatto senza precedenti, alleati che si preparano, indirettamente, a contenere un altro alleato. È la misura del terremoto in corso. Quando il cancelliere Merz parla di fine della “pax americana”, non usa una formula retorica, descrive una realtà.
Il diritto come ostacolo, non come vincolo
La Groenlandia, territorio autonomo danese con una forte spinta indipendentista, diventa così il simbolo di una frattura più ampia. Non è solo una questione artica. È la crisi del principio stesso su cui si regge l’Occidente, che la forza sia vincolata dal diritto, e non il contrario. Trump ribalta l’assunto, ciò che serve agli Stati Uniti è legittimo per definizione.
Non è un problema di carattere, ma di visione. In questa visione, la Nato esiste finché serve a Washington, l’Europa vale finché obbedisce, il diritto internazionale conta finché non intralcia. La Groenlandia è il test. Se passa l’idea che un grande attore possa rivendicare un territorio altrui “con le buone o con le cattive”, allora nessun confine è davvero sicuro.
Dal sistema delle regole alla legge del più forte
Ed è questo che dovrebbe allarmare l’Europa più di ogni altra cosa, non la perdita di un’isola, ma la normalizzazione dell’arbitrio. Quando il più potente alleato inizia a parlare come un impero, non siamo più in un’alleanza. Siamo in una gerarchia. E la Groenlandia rischia di esserne la prima vittima.
