C’è qualcosa di profondamente ironico, e insieme di tragico, nel fatto che oggi si debba premiare un tribunale per il semplice coraggio di fare il proprio mestiere. Ma viviamo in tempi nei quali applicare la legge ai potenti è diventato un atto rivoluzionario. E così il Parlamento Europeo ha assegnato il Premio Sakharov 2026 alla Corte Penale Internazionale e ai suoi funzionari. Una decisione che merita un applauso. Non tanto per il premio, quanto per lo schiaffo morale che contiene.
La Corte dell’Aia ha un difetto imperdonabile agli occhi dei padroni del mondo, prende sul serio il diritto internazionale. Quello stesso diritto che tutti invocano quando serve a condannare il nemico e che molti ripongono nel cassetto quando rischia di incriminare un amico.
È la vecchia morale delle cancellerie, la giustizia è sacra, purché non venga a bussare alla nostra porta.
Donald Trump, che non ha mai fatto mistero di considerare le istituzioni internazionali un fastidioso intralcio alla propria volontà, ha scelto la strada delle sanzioni. Non contro i criminali che la Corte dovrebbe giudicare, ma contro chi cerca di giudicarli. Un capolavoro di logica politica, per difendere la giustizia, si puniscono i giudici.
Il caso Netanyahu ha reso questa contraddizione persino più sfacciata. Si può discutere un mandato d’arresto, contestarne i presupposti, impugnarne le ragioni. È il diritto, bellezza. Ma minacciare un tribunale perché osa esercitare la propria giurisdizione significa sostituire alla legge la forza. E la forza, quando pretende di diventare diritto, ha sempre un nome meno nobile di quello che i suoi sostenitori vorrebbero darle.
Naturalmente Washington non è sola in questa commedia dell’ipocrisia. Russia, Cina e molte altre potenze hanno coltivato, ciascuna a modo proprio, l’idea che la sovranità sia una sorta di salvacondotto per l’impunità. Quanto all’Europa, che oggi applaude, farebbe bene a ricordare le proprie esitazioni e i propri silenzi. Il diritto internazionale non può essere un abito da cerimonia, da indossare a Strasburgo e togliere quando cominciano gli affari seri.
La Corte Penale Internazionale non è infallibile. Nessun tribunale lo è. Può sbagliare, essere lenta, apparire selettiva, incontrare limiti politici e giuridici. Ma la risposta agli errori della giustizia è una giustizia migliore, non la sua demolizione.
Tomoko Akane, presidente della Corte, ha ricordato che non esiste pace senza giustizia né sicurezza senza legge. Parole semplici, quasi banali. Eppure, nel mondo di oggi, sembrano un manifesto sovversivo.
Il Premio Sakharov porta il nome di un uomo che sfidò un impero rivendicando la libertà della coscienza contro l’arbitrio del potere. Non poteva esserci simbolo più appropriato.
Perché il vero scandalo non è che un tribunale internazionale possa chiamare a rispondere un capo di governo, un generale o un presidente. Lo scandalo è che, nel ventunesimo secolo, ci sia ancora qualcuno convinto che la propria bandiera costituisca un’immunità morale.
Il Premio Sakharov non salverà da solo la Corte dell’Aia. Ma almeno stabilisce da quale parte dovrebbe stare l’Europa.
Dalla parte della legge, anche quando è scomoda. Soprattutto quando è scomoda.
Perché una giustizia che chiede il permesso ai potenti non è giustizia. È servitù con la toga.
