L’ombra di Garlasco su via del Ciclamino: Dassilva e il teorema del sospetto

Garlasco e via del Ciclamino. Entrambi i delitti presentano l'assenza di tracce biologiche dirette, lasciando la giustizia sospesa tra indizi incerti e il rischio di errori.

Stasi Dassilva

C’è un brivido freddo che attraversa le aule del Tribunale di Rimini, un senso di déjà-vu che riporta la memoria ai grandi vicoli ciechi della giustizia italiana. Mentre il processo per l’omicidio di Pierina Paganelli entra nelle sue fasi più delicate, una domanda si fa strada tra i banchi degli osservatori: stiamo assistendo alla replica del “modello Garlasco”?

Trentuno coltellate nel buio di un garage, un cadavere scoperto all’alba e un unico sospettato stretto nel mirino: Louis Dassilva. Ma, proprio come accadde per Alberto Stasi nel 2007, il castello accusatorio sembra poggiare su fondamenta fatte di suggestioni investigative più che di prove granitiche.

Il fantasma del DNA mancante

Il parallelo con il caso di Chiara Poggi è inquietante. A Garlasco, la giustizia brancolò per anni cercando un Dna che non c’era, perdendosi in perizie contrastanti sulla bicicletta e sulle scarpe di Stasi. Oggi, a Rimini, la storia si ripete. La consulenza genetica è stata netta: sui reperti non c’è traccia di Louis Dassilva. Né sui vestiti della vittima, né sulla scena del crimine.

Siamo di fronte a un “assassino invisibile” o a un errore di bersaglio? Se l’assenza di prova non è prova dell’assenza, nel diritto penale il dubbio dovrebbe favorire l’imputato. Invece, proprio come per Stasi, l’attenzione si sposta dall’oggettività scientifica alla ricostruzione del profilo psicologico.

La trappola del movente passionale

L’accusa punta tutto sulla relazione tra Dassilva e Manuela Bianchi, la nuora di Pierina. Un movente perfetto per un romanzo noir ma pericoloso per una sentenza. Anche a Garlasco si scavarono i segreti della coppia, cercando nella vita privata la spiegazione di un gesto estremo. Ma un tradimento o un rancore familiare non fanno di un uomo un assassino.

Il rischio è che si costruisca un “teorema del sospetto”: Dassilva è l’unico che avrebbe potuto, dunque è colui che ha fatto. È la stessa logica che portò Stasi a due assoluzioni prima della condanna definitiva, in un percorso giudiziario che molti giuristi considerano ancora oggi una forzatura logica.

Quel video sfuocato: la nuova “bicicletta nera”

Il fulcro del processo riminese è il video della telecamera “Cam 3” della farmacia. Un’ombra che cammina nel buio. Per la Procura è Louis, per la difesa è chiunque altro. Ricorda tragicamente le perizie sulle impronte dei pedali di Garlasco: analisi infinite su dettagli sgranati che finiscono per diventare test di Rorschach dove ognuno vede ciò che vuole vedere.

Se la giustizia non vuole macchiarsi di un altro errore di sistema, deve guardare oltre l’ipotesi. Perché il noir, nella vita reale, non deve finire con un colpevole “comodo” ma con una verità oltre ogni ragionevole dubbio. Il fantasma di Alberto Stasi cammina tra i corridoi di via del Ciclamino, ammonendo che una condanna senza prove è solo un’altra tragedia che si aggiunge a quella della vittima.

La Scienza al bivio: il confronto biologico tra Garlasco e Rimini

Il filo rosso che unisce via del Ciclamino a Garlasco non è solo l’assenza di una “pistola fumante” ma la gestione dei dati scientifici “negativi”. In entrambi i casi, la biologia forense, invece di fornire certezze, ha aperto voragini interpretative che alimentano il dubbio metodologico.

La “Caccia al fantasma” sui reperti

A Garlasco, il fulcro del dibattito scientifico furono i pedali della bicicletta di Alberto Stasi e i tappetini della sua auto. Si cercava il sangue di Chiara Poggi ma le analisi restituirono risultati parziali o nulli, portando a una guerra di perizie durata anni. A Rimini, lo scenario è speculare: gli esperti hanno setacciato 29 campioni prelevati dal corpo e dai vestiti di Pierina Paganelli. Il risultato? Nessun profilo genetico riconducibile a Louis Dassilva. Se a Garlasco si cercava la vittima sull’imputato, qui si cerca l’imputato sulla vittima. In entrambi i casi, il “vuoto biologico” viene interpretato dall’accusa non come prova di innocenza ma come capacità dell’assassino di non lasciare tracce (l’uso di guanti o tute ndr).

Il paradosso del DNA “Touch”

Un altro punto di contatto tecnico è il cosiddetto Dna da contatto (Touch Dna).

A Garlasco, si discusse a lungo delle impronte sulle maniglie e sul dispenser del sapone: tracce infinitesimali che potevano essere frutto di trasferimenti secondari. A Rimini, la difesa di Dassilva punta proprio su questo: se ci fosse stata una colluttazione così violenta (29 fendenti), sarebbe stato quasi impossibile non lasciare nemmeno una cellula epiteliale. L’assenza di tale traccia diventa, per i legali di Louis, la prova regina che il killer sia un altro.

Quando la logica sostituisce il microscopio

Il fallimento della scienza forense in questi casi produce un effetto collaterale pericoloso: lo slittamento verso la “logica del verosimile”. Quando il microscopio non vede, il giudice è costretto a interpretare i comportamenti. A Garlasco, la pulizia maniacale di Stasi divenne un indizio contro di lui; a Rimini, l’andatura claudicante ripresa dalle telecamere e la gestione della relazione con Manuela Bianchi rischiano di diventare i nuovi “marcatori” di colpevolezza.

In ultima analisi, il confronto tra Garlasco e il caso Paganelli ci insegna che quando la scienza abdica, il processo smette di essere una ricerca della verità oggettiva e diventa un’ordalia moderna, dove a decidere è la forza narrativa di un’ipotesi accusatoria contro la fragilità di una difesa senza alibi. Il rischio è che, tra vent’anni, parleremo del “caso Rimini” con la stessa inquietudine con cui oggi analizziamo le ombre mai del tutto dissipate di Garlasco.