La follia che apre la strada all’odio razziale

Il video pubblicato da Donald Trump, che ritrae Barack e Michelle Obama come scimmie, segna un nuovo punto di non ritorno

Barack Obama - Donald Trump

La pubblicazione, da parte di Donald Trump, di un video che rappresenta Barack Obama e Michelle Obama come scimmie non è una semplice provocazione social, né l’ennesima uscita sopra le righe di un leader populista. È qualcosa di più grave, è la normalizzazione dell’odio razziale come strumento politico, veicolato consapevolmente da chi ha già occupato, e aspira nuovamente a occupare, la massima carica istituzionale degli Stati Uniti.

Non siamo di fronte a una metafora mal riuscita o a un meme ambiguo. La disumanizzazione dei neri attraverso l’assimilazione alle scimmie è uno dei più antichi e violenti stereotipi del razzismo occidentale. Riproporlo, per di più con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e all’interno di un video che rilancia teorie cospirative già smentite dai tribunali, significa superare una soglia, quella che separa la propaganda aggressiva dalla degradazione deliberata del discorso pubblico.

La follia di Trump non è clinica, ma politica. È una follia lucida, funzionale, costruita per alimentare una base elettorale radicalizzata, per spostare sempre più in là il limite di ciò che è dicibile e accettabile. In questo schema, il razzismo non è un incidente, è un linguaggio. Le menzogne sulla frode elettorale, le immagini manipolate di arresti immaginari, la caricatura animalesca degli avversari compongono un’unica narrazione, il mondo diviso tra “noi” e “loro”, dove “loro” non sono nemmeno pienamente umani.

È qui che la questione smette di essere americana e diventa europea, anzi italiana. Perché nel Parlamento italiano siedono numerosi estimatori di Trump, politici che ne imitano lo stile, ne giustificano gli eccessi, ne assorbono la visione illiberale della democrazia. Tra questi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che più volte ha espresso sintonia politica e culturale con l’ex presidente statunitense, presentandolo come un alleato naturale del conservatorismo occidentale.

La domanda, allora, è inevitabile, fino a che punto si può continuare a separare l’“amico Trump” dal Trump reale? Fino a che punto si può parlare di valori, identità e Occidente, ignorando che uno dei principali riferimenti di questo fronte utilizza il razzismo più esplicito come arma di consenso? Tacere, minimizzare o derubricare questi episodi a folklore digitale equivale a una complicità morale.

La democrazia liberale non muore solo con i colpi di Stato. Muore anche quando chi aspira al potere trasforma l’odio in intrattenimento, la menzogna in mobilitazione, la disumanizzazione in routine. E muore definitivamente quando altri leader, in altri Paesi, osservano tutto questo senza prendere le distanze, per calcolo o convenienza.

Trump non è un’anomalia isolata, è un laboratorio. E ciò che oggi viene sperimentato su Truth Social può domani diventare prassi politica altrove. Anche in Italia. Ignorarlo non è realismo politico. È cecità.