Gli elogi di Trump non servono all’Italia

Dopo aver attaccato Starmer e Sánchez, il presidente americano promuove Meloni. Un copione già visto: i complimenti arrivano quando Washington si aspetta obbedienza

Giorgia Meloni - Donald Trump

Donald Trump ha sempre avuto un talento particolare, trasformare la diplomazia internazionale in una gara di fedeltà personale. Le sue dichiarazioni degli ultimi giorni, nel pieno della crisi mediorientale e dell’intervento militare Israelo-americano contro l’Iran, ne sono l’ennesima conferma.

Il presidente degli Stati Uniti ha trovato parole dure per alcuni storici alleati europei. Il premier britannico Keir Starmer è stato pubblicamente umiliato con un commento sprezzante, le portaerei britanniche, arrivate troppo tardi secondo Trump, «non servono più». Peggio ancora è andata al premier spagnolo Pedro Sánchez, accusato di essere stato «terribile» e minacciato addirittura con ritorsioni commerciali per la sua iniziale reticenza a sostenere l’operazione militare.

È la logica trumpiana delle relazioni internazionali, chi non si allinea immediatamente viene colpito, chi appare disponibile viene premiato. Non con rispetto istituzionale, ma con elogi personali.

In questo schema rientra anche il giudizio espresso su Giorgia Meloni. Trump la definisce «un’ottima leader» e «una sua amica», sottolineando come l’Italia «cerchi sempre di aiutare». Parole che a prima vista potrebbero sembrare un riconoscimento politico. In realtà rivelano molto di più, l’aspettativa, quasi la pretesa, di un coinvolgimento italiano nel conflitto.

Ed è proprio qui che l’entusiasmo dovrebbe lasciare spazio alla prudenza.

Gli italiani non hanno alcun bisogno degli elogi di Donald Trump. La storia recente dimostra che i suoi complimenti sono raramente disinteressati, arrivano quasi sempre accompagnati da una richiesta implicita di allineamento politico o militare.

L’Italia, però, non è un comprimario nelle strategie di Washington. È una repubblica parlamentare con una Costituzione che all’articolo 11 afferma un principio chiarissimo, il nostro Paese «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli». Non si tratta di una formula retorica, ma di uno dei pilastri della nostra identità costituzionale.

Questo non significa isolazionismo né disimpegno internazionale. L’Italia partecipa alle missioni NATO, alle operazioni di pace e alla difesa collettiva. Ma entrare, anche indirettamente, in una guerra contro un altro Stato è una questione di tutt’altra natura, che richiede legittimità internazionale, deliberazione parlamentare e un consenso politico che oggi semplicemente non esiste.

Le parole di Trump, invece, sembrano muoversi su un piano completamente diverso, quello della pressione pubblica sugli alleati. Il messaggio è semplice quanto brutale, chi sostiene la strategia americana è un «grande leader», chi esita diventa un problema.

È una concezione delle alleanze più vicina alla logica della subordinazione che a quella della cooperazione.

Per questo l’Italia farebbe bene a mantenere una distanza critica da questo tipo di retorica. Non per antiamericanismo, un riflesso ideologico sterile, ma per una questione di dignità istituzionale e di rispetto della propria Costituzione.

Gli interessi italiani non si difendono cercando l’approvazione di Donald Trump. Si difendono preservando autonomia politica, responsabilità internazionale e, soprattutto, la consapevolezza che la pace non è una variabile negoziabile in un gioco di relazioni personali tra leader.

In diplomazia, a volte, il miglior complimento è quello che non si cerca di ottenere.