Aveva 19 anni e stava studiando per diventare infermiera quando ha iniziato ad avvertire forti crampi allo stomaco. Non sapeva di essere incinta e si è recata al pronto soccorso, dove ha atteso per ore prima di ricevere assistenza. Quella che sembrava una normale emergenza medica si è trasformata presto in un incubo giudiziario.
La giovane ha perso il bambino durante il ricovero. Poco dopo, il personale sanitario ha contattato la polizia. È stata arrestata e ammanettata direttamente in ospedale.
Secondo il racconto del suo avvocato, che ha preferito rimanere anonimo per timore di ritorsioni politiche, la ragazza era sotto shock: era entrata in ospedale con un forte dolore addominale e ne è uscita accusata di un grave reato. L’accusa iniziale chiedeva per lei una condanna fino a 50 anni di carcere.
Una delle leggi anti-aborto più dure al mondo
El Salvador è tra i paesi con la legislazione sull’aborto più severa a livello globale. Dal 1998 l’interruzione di gravidanza è proibita in ogni circostanza: non sono previste eccezioni nemmeno in caso di stupro, incesto o pericolo per la vita della madre.
Un anno dopo, nel 1999, una riforma costituzionale ha rafforzato ulteriormente il divieto stabilendo che la vita deve essere tutelata fin dal momento del concepimento.
Nella pratica giudiziaria questo quadro normativo ha prodotto conseguenze molto pesanti. Le donne sospettate di aver interrotto una gravidanza vengono spesso incriminate per omicidio aggravato, un reato che può comportare pene fino a 50 anni di reclusione.
Negli anni, molte donne che avevano subito aborti spontanei, nati morti o altre complicazioni ostetriche sono state denunciate dal personale sanitario e poi perseguite penalmente.
Le battaglie legali che avevano portato a un cambiamento
Nonostante il quadro legislativo non sia mai stato modificato, negli ultimi quindici anni le pressioni della società civile hanno iniziato a produrre alcuni risultati.
Organizzazioni per i diritti delle donne e avvocati hanno avviato campagne legali e internazionali per dimostrare come molte delle detenute fossero state incarcerate dopo emergenze mediche e non per aborti volontari.
Tra il 2009 e il 2023, queste iniziative hanno portato alla liberazione di 81 donne condannate per reati legati all’aborto o a complicazioni durante la gravidanza.
Morena Herrera, storica attivista salvadoregna per i diritti riproduttivi, ha avuto un ruolo centrale in queste battaglie legali. Secondo Herrera, entro il 2023 tutte le donne incarcerate per questi casi erano state progressivamente scarcerate, alcune dopo aver trascorso decenni in prigione.
Lo stato di emergenza che ha cambiato tutto
I progressi ottenuti negli ultimi anni stanno però vacillando. Nel marzo 2022 il presidente Nayib Bukele ha dichiarato lo stato di eccezione, sospendendo diverse garanzie costituzionali.
La misura è stata presentata come una risposta straordinaria alla violenza delle gang, ma ha ampliato in modo significativo i poteri delle autorità e ridotto alcune tutele fondamentali nel sistema giudiziario.
Tra le conseguenze più evidenti c’è l’indebolimento del diritto alla difesa e della presunzione di innocenza. La detenzione amministrativa, che in precedenza non poteva superare le 72 ore, può ora arrivare fino a 15 giorni prima di un’udienza preliminare.
Durante questo periodo i detenuti possono non avere contatti con avvocati o familiari, rendendo più difficile preparare una difesa.
Nuovi procedimenti contro donne con emergenze ostetriche
Secondo attivisti e legali locali, questo contesto ha favorito una nuova ondata di indagini contro donne che si rivolgono agli ospedali dopo complicazioni in gravidanza.
Dal 2022 almeno 29 donne sono state oggetto di indagini penali e alcune si trovano attualmente in carcere.
Le accuse ricalcano lo schema già visto negli anni precedenti: dopo un aborto spontaneo o un parto complicato, le pazienti vengono segnalate come sospette di aver provocato volontariamente la perdita del feto e vengono processate con accuse di omicidio aggravato.
Herrera parla apertamente di una “nuova spirale di criminalizzazione” nei confronti delle donne.
Un clima politico sempre più restrittivo
Il contesto si è ulteriormente irrigidito negli ultimi mesi. Il principale gruppo del paese impegnato nella depenalizzazione dell’aborto, il Citizen Group for the Decriminalization of Abortion, ha annunciato il proprio scioglimento legale.
Secondo l’organizzazione, il clima politico è diventato incompatibile con il suo lavoro di advocacy.
Parallelamente continuano ad emergere nuovi casi giudiziari. In uno di questi, una donna è stata processata dopo la morte del neonato durante un parto podalico. In un altro episodio, una madre è stata accusata di tentato omicidio aggravato dopo aver partorito da sola in un bagno, nonostante il bambino fosse sopravvissuto.
Processi più rapidi e meno garanzie
Gli avvocati denunciano anche cambiamenti nelle procedure giudiziarie. Dopo l’udienza preliminare, molte imputate vengono poste in custodia cautelare, dove possono trascorrere mesi o anni prima del processo vero e proprio.
Secondo esperti di diritti umani, questo sistema rende estremamente difficile raccogliere prove mediche o testimonianze a favore delle accusate.
Il caso della giovane tirocinante infermiera mostra quanto il contesto legale sia cambiato. Durante il processo, il tribunale non ha accolto le richieste della difesa di ascoltare alcune testimonianze.
L’accusa aveva chiesto una condanna a 50 anni di carcere. Alla fine la ragazza è stata condannata a tre anni per omicidio colposo, pena poi convertita in 144 giorni di lavori socialmente utili. La procura ha però annunciato ricorso.
Diritti in bilico
Per gli attivisti salvadoregni, la vicenda rappresenta il simbolo di una fase di arretramento nei diritti delle donne. Dopo anni di mobilitazione e di liberazioni ottenute nei tribunali, il contesto politico e giudiziario del paese rischia di riportare indietro la situazione.
E mentre l’aborto resta completamente vietato dalla legge, sempre più donne continuano a trovarsi intrappolate tra un’emergenza medica e il rischio di un processo penale.
