Di fronte a quanto accaduto a Caracas e alle minacce che ora si allungano su Groenlandia, Cuba, Colombia e Messico, è difficile continuare a parlare di politica estera nel senso classico del termine. L’atteggiamento di Donald Trump assomiglia sempre meno a quello di un capo di governo e sempre più a quello di un conquistatore ottocentesco, convinto che la forza militare e il ricatto economico siano strumenti legittimi per ridisegnare il mondo a propria immagine.
Il Venezuela come laboratorio dell’arbitrio
La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e l’incursione militare statunitense a Caracas non sono state presentate come un’operazione eccezionale, ma come l’inizio di una nuova normalità. Trump ha parlato del Venezuela come di un “Paese morto”, rivendicando apertamente il controllo degli Stati Uniti e relegando le elezioni a un dettaglio secondario. È una dichiarazione che dice molto più di qualsiasi comunicato ufficiale, la sovranità di uno Stato viene sospesa in nome di un presunto “aggiustamento” imposto dall’esterno.
Risorse naturali, non diritti umani
Il filo conduttore è fin troppo evidente. Dietro la retorica della sicurezza, della lotta alla droga o della difesa della democrazia, si staglia l’obiettivo reale, il controllo delle risorse. Nel caso venezuelano, le immense riserve petrolifere; nel caso della Groenlandia, i metalli rari strategici; in Colombia e Messico, la pressione per piegare governi sovrani a interessi statunitensi. La rispolverata dottrina Monroe, evocata implicitamente dall’amministrazione Trump, torna a essere ciò che è sempre stata, una giustificazione ideologica per l’egemonia, non uno strumento di cooperazione.
Minacce aperte e linguaggio da impero
Ancora più inquietante è il linguaggio. Minacciare apertamente un presidente come Gustavo Petro, alludendo alla sua possibile rimozione, o descrivere Cuba come un regime “pronto a cadere da solo”, non è diplomazia muscolare, è intimidazione pura. È il messaggio che la forza decide chi governa e chi no, e che i diritti dei popoli possono essere tranquillamente archiviati se intralciano interessi strategici.
L’ambiguità italiana
In questo scenario, colpisce, e preoccupa, la posizione del governo italiano. Le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che definisce “legittimo” l’intervento militare statunitense pur ammettendo che la guerra non sia uno strumento idoneo, rappresentano un esercizio di equilibrismo politico che finisce per giustificare l’ingiustificabile. Legittimare un’azione unilaterale, priva di un mandato internazionale chiaro, significa accettare l’idea che il diritto internazionale sia opzionale, applicabile solo quando conviene ai più forti.
Il resto del mondo e la linea rossa
Il contrasto con il resto della comunità internazionale è netto. Molti governi europei e latinoamericani hanno condannato l’incursione a Caracas, riconoscendola per ciò che appare, un precedente pericoloso, che apre la strada a nuove “operazioni” motivate non dalla tutela dei diritti umani, ma dalla brama di controllo economico. Anche il sostegno espresso dal premier britannico Keir Starmer alla Danimarca sul caso Groenlandia segnala che non tutti sono disposti a chinare il capo.
Quando la forza sostituisce il diritto
L’idea che uno Stato possa dichiarare un altro “fallito”, occuparlo, dettarne il futuro politico e minacciare chi non si adegua è la negazione stessa dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945. È un ritorno alla logica delle cannoniere, travestita da pragmatismo.
Se questo è il modello che Trump intende imporre, la domanda non è chi sarà il prossimo, ma fino a che punto il mondo è disposto a tollerare che la forza sostituisca il diritto. E se l’Italia, oggi, sceglie l’ambiguità, domani potrebbe scoprire che giustificare il conquistatore non rende immuni dalle sue pretese.
