La crepa nelle democrazie

Disuguaglianza economica, concentrazione della ricchezza e crisi della rappresentanza politica

Mentre il mondo corre tra crisi climatiche, tensioni geopolitiche e instabilità economica, c’è un dato che dovrebbe farci fermare (e tremare): la ricchezza si concentra sempre di più nelle mani di pochissimi (sono veramente pochi e pericolosi, per la maggior parte…). Il dossier di Oxfam Italia (di cui ho già accennato in un mio articolo) parla chiaro: oltre 3.000 miliardari nel mondo, patrimoni cresciuti in modo vertiginoso negli ultimi cinque anni, mentre miliardi di persone vivono ancora in condizioni di povertà. Dodici individui possiedono più della metà più povera dell’umanità.

Il punto è che non è solo una questione economica: è una questione democratica. Quando la ricchezza si concentra, anche il potere si concentra, e quando il potere si concentra, la partecipazione si restringe. Pensate ai polmoni: la democrazia è come loro: se l’aria resta concentrata in una sola stanza, il resto della casa soffoca. La disuguaglianza economica diventa disuguaglianza politica: influenza sulle decisioni, accesso privilegiato alle istituzioni, controllo dell’informazione, capacità di orientare il dibattito pubblico.

Non è un caso che scandali come quello legato a Jeffrey Epstein abbiano inciso così profondamente nell’immaginario collettivo: al di là delle responsabilità individuali, hanno alimentato la percezione di un sistema di relazioni privilegiate e opache tra ricchezza e potere. E quando la percezione di impunità cresce, la fiducia democratica arretra.

Ma non basta indignarsi per qualche giorno o scandalizzarsi a intermittenza. La democrazia non si difende con l’emozione momentanea: si difende pretendendo trasparenza e regole uguali per tutti. Altrimenti lo scandalo diventa spettacolo e lo spettacolo anestetizza invece di cambiare le cose. Il punto non è perché se ne parli ora, né se qualcuno abbia “permesso” di farlo. Il punto è cosa siamo disposti a fare quando emergono certe dinamiche: archiviarle o coglierle come sintomo di un sistema che va reso più trasparente, più responsabile, più controllabile democraticamente? E questo, aggiungo, mentre l’ordine mondiale sta cambiando…

Il risultato? Una frattura crescente tra cittadini e istituzioni con conseguente sfiducia che alimenta rabbia (l’abbiamo visto nel corso delle recenti manifestazioni di piazza), astensionismo, radicalizzazione. Astensionismo, perché quando una parte crescente della popolazione percepisce che le decisioni vengono prese altrove, che il voto non incide realmente sugli equilibri di potere, la rinuncia diventa una forma silenziosa di protesta: non sia disinteresse, piuttosto disillusione. È l’idea che il proprio voto pesi meno del capitale di chi può influenzare le scelte. E radicalizzazione, perché quando le istituzioni appaiono distanti e impermeabili, cresce la tentazione di cercare risposte nette, identitarie, semplificate. La polarizzazione diventa rifugio emotivo, il linguaggio si fa più duro, le posizioni si irrigidiscono e il confronto democratico lascia spazio allo scontro.

È un po’ come essere pervasi da un senso (orami tristemente diffuso) di esclusione che non nasce dal nulla, ma dalla percezione – ahimè sempre più radicata – di non avere voce, di non essere rappresentati, di non contare, di essere brutalmente privati della propria individualità. Nel frattempo, la metà più fragile della popolazione fatica ad accedere a servizi essenziali, a un lavoro stabile, a opportunità reali di mobilità sociale. Anche in Italia, anche in Europa.

E allora la domanda non è ideologica: è civica. Che tipo di società vogliamo essere? Una società in cui il merito coincide con il patrimonio? O una società in cui la democrazia significa davvero pari dignità, pari opportunità, pari voce? La disuguaglianza non è un destino: è il frutto di scelte politiche e ogni scelta può essere cambiata: l’importante è informarsi bene, a 360°, non farsi influenzare dal propagandismo ma prendersi il tempo necessario per comprendere quali sono i propri valori, i propri bisogni, cosa manca oggi per costruire il domani.

Parlare di redistribuzione, giustizia fiscale, investimenti in istruzione e sanità non è populismo: è manutenzione (diciamo) democratica. Perché una democrazia sana non si misura dal numero dei suoi miliardari, ma dalla qualità della vita dei suoi cittadini.

Il baratro non è inevitabile, ma ignorarlo, sì, sarebbe una scelta alquanto stupida e scellerata.  L’ignoranza non è più una scusa. Informarsi è un dovere democratico. Farlo attraverso fonti primarie, verificabili e non attraverso la propaganda è la prima forma di partecipazione.