A Verona, la scuola è finita in un’aula che non ha banchi, ma fascicoli. Non è una metafora: è un’udienza con conti puntuali, al centesimo. Una donna si è spacciata per maestra di primaria e per ben cinque anni ha insegnato senza il diploma magistrale, titolo che abilita alla cattedra, se ottenuto entro l’anno scolastico 2001/2002, oppure sostituibile solo da una laurea in Scienze della Formazione Primaria. Lei non aveva né l’uno né l’altra. Ma nel 2018, nel vortice delle convocazioni, un’autocertificazione ha disegnato per le segreterie l’illusione di un requisito valido. Ne sono nati contratti a termine, rinnovati anno dopo anno, fino al 2023.
Oggi quel quinquennio non ha più la forma della didattica, ma il perimetro del diritto: danno erariale. A nominarlo così è la Corte dei Conti del Veneto, con il collegio presieduto da Marta Tonolo, affiancata dalle giudici Innocenza Zaffina e Daniela Alberghini. La sentenza non parla di vocazione, ma di legittimità della spesa pubblica: 91.676 euroda restituire al Ministero dell’Istruzione, l’esatto ammontare degli stipendi corrisposti dallo Stato per incarichi giudicati nulli nel titolo originario.
La donna non ha risposto. Non si è costituita in giudizio, non ha depositato memoria difensiva. Nessun avvocato, nessuna versione, solo un vuoto processuale che ha lasciato strada ai numeri: verifiche tardive, contratti invalidi, conteggi blindati.
La storia potrebbe restare un fatto di cronaca scolastica. Ma il vero capitolo inizia fuori dalle aule: l’uso distorto dell’autocertificazione, strumento introdotto dal DPR 445/2000 per semplificare, non per sostituire la verità in modo permanente. E invece, tra presunzione istituzionale e controlli a rilascio differito, il “dopo” si è allungato per anni. Un tempo dello Stato non ministeriale, ma amministrativo: scuole e uffici accolgono l’autodichiarazione e verificano, poi. E la scuola, a volte, verifica tardi.
In pratica, la donna ha sempre dichiarato di aver conseguito il diploma magistrale il 15 luglio 1988, voto 37/60, ma negli archivi dell’istituto Montanari, conservati dal liceo Montanari, il suo nome risultava tra le “non mature”, cioè tra i non ammessi alla maturità. Nel 2018 l’autocertificazione ha comunque generato contratti a termine fino al 2023. Nel 2023 tenta una nuova versione come privatista, con lo stesso esito negativo sui registri. A gennaio 2023 presenta una denuncia di smarrimento del diploma: l’istituto verifica l’assenza del titolo e segnala il caso all’Ufficio scolastico del Veneto, che a dicembre 2024 attiva la Procura della Corte dei Conti di Venezia. Intanto la donna viene esclusa dalle graduatorie (febbraio 2023), il contratto risolto (marzo 2023) e licenziata senza preavviso (giugno 2023). Il suo ricorso al giudice del lavoro si chiude nel 2024 per rinuncia della stessa ricorrente, con “cessazione della materia del contendere come riportato nella sentenza della Corte”.
Ma mentre lo Stato faceva i conti, i social facevano altro: giudicavano la vicenda, la normalizzavano. E spesso la giustificavano, con frasi a colpi di spalle: “Ma chissene del diploma, l’importante è che abbia lavorato”. Un commento che sembra comprensione, ma insegna resa: la competenza certificata come opzionale, non tutela. Poi arriva la provocazione che non argomenta, ma dileggia: “Allora chiudiamo scuole, licei, università, accademie e coi diplomi ci puliamo il…”. Non serve il resto: la sintassi basta. È la scuola ridotta a barzelletta, il valore dello studio tradotto in scarto narrativo. E ancora, la tesi del merito sommerso dal relativismo rapido: “Basta saper fare, il titolo non prova niente”. La versione contemporanea dell’“uno vale uno”, applicata alle cattedre come se l’esperienza potesse fare da attestato legale autosufficiente. Infine, il parallelo che graffia perché parla al buon senso collettivo: “Ti faresti curare da un cardiochirurgo non laureato ma ‘istruito’? Vabbè…”. Una domanda retorica che non estremizza: chiarisce. L’abilità può impressionare un thread, non un bilancio pubblico, non un ruolo di garanzia sociale.
Ecco l’inversione delle arene: il Fisco controlla il 730 quasi in tempo reale, la scuola verifica “dopo”, e a volte molto dopo. Un ritardo che non spiega un illecito, ma lo rende possibile. Un varco normativo introdotto dal DPR 445/2000 per semplificare, non per sospendere la verità dei requisiti per anni. Ed è qui che si annida la questione più ampia: non solo controlli lenti, ma la percezione culturale del merito sbilanciata dal frastuono. In un’arena in cui, come diceva Umberto Eco, “i social hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar”, l’indignazione razionale e la giustificazione istintiva si mescolano, fino a confondere le soglie del merito con quelle dell’opinione.
Il cuore del caso, però, non è la donna e il suo silenzio, ma il rumore che copre il valore dei titoli, trasformando il merito in opinione modulabile. Possiamo contestare la lentezza dei controlli? Sì. Dobbiamo chiedere archivi interoperabili, verifiche immediate, sistemi sincronizzati? Sì. Ma non per punire: per evitare gli equivoci e difendere il principio di competenza certificata. Perché un titolo non è un feticcio: è il terreno minimo su cui una società può dire “sì, è vero, sei preparato”. L’unico ponte che non richiede fede, ma prova condivisa.
A Verona la scuola non ha perso solo un diploma: ha sfidato un’idea più grande. Quella per cui, in un mondo connesso e rumoroso, l’unica bussola di tutela per il futuro resta la stessa: studiare, certificare, verificare. Per non consegnare ai ragazzi un paesaggio dove chiunque può dire la sua su tutto, tranne su ciò che conta davvero: la verità delle competenze.
