In Cile cresce la preoccupazione tra i movimenti femministi e le organizzazioni per i diritti civili alla vigilia dell’insediamento del nuovo presidente José Antonio Kast, considerato il leader più conservatore del Paese dai tempi della dittatura militare.
Le attiviste temono che il nuovo governo possa mettere in discussione alcune conquiste legislative ottenute negli ultimi anni, in particolare sul fronte dei diritti riproduttivi e dell’autonomia delle donne.
Kast, sessantenne di orientamento ultracattolico e fondatore del Partito Repubblicano, ha costruito gran parte della sua carriera politica opponendosi alle principali riforme sociali promosse nel Paese negli ultimi decenni.
Una lunga opposizione alle riforme sui diritti civili
Durante la sua attività parlamentare, Kast ha spesso votato contro provvedimenti legati ai diritti civili. Nel 2004 si oppose alla legge che introdusse il divorzio in Cile, rendendo il Paese uno degli ultimi al mondo a riconoscere legalmente la possibilità di sciogliere il matrimonio.
Nel 2017 votò anche contro la depenalizzazione parziale dell’aborto, una riforma che ha introdotto tre circostanze specifiche in cui l’interruzione di gravidanza è consentita:
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pericolo per la vita della madre
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gravidanza conseguente a stupro
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feto non vitale
Da allora Kast ha più volte dichiarato di voler ripristinare il divieto totale di aborto e ha sostenuto anche l’introduzione dell’obbligo di consenso dei genitori per l’accesso alla pillola del giorno dopo.
Dalla dittatura di Pinochet alla legge delle “tre eccezioni”
La legislazione cilena sull’aborto ha attraversato profonde trasformazioni nel corso del Novecento.
A partire dagli anni ’30 era consentito l’aborto per motivi medici. Questa possibilità fu però eliminata nel 1989, quando il generale Augusto Pinochet, negli ultimi mesi della dittatura, introdusse il divieto assoluto.
Solo nel 2017 il Cile ha reintrodotto alcune limitate eccezioni. Secondo dati governativi, da allora sono stati effettuati circa 7.000 aborti legali. Tuttavia, studi indipendenti stimano che nel Paese avvengano ogni anno oltre 100.000 aborti clandestini o indotti.
Secondo alcuni esperti di sanità pubblica, anche senza abrogare formalmente la legge, il nuovo governo potrebbe rendere l’accesso all’aborto più difficile modificando o restringendo le tre eccezioni previste dalla normativa.
La nomina controversa al ministero per le donne
A suscitare ulteriori polemiche è stata la scelta di Judith Marín come nuova ministra per le Donne e la Parità di genere.
Trentenne evangelica e attivista antiabortista, Marín è diventata nota nel 2017 quando interruppe una seduta del Senato dedicata alla depenalizzazione dell’aborto gridando “ritorno al Signore”, prima di essere allontanata dalla polizia.
Secondo diversi accademici e attivisti, la sua nomina rappresenta un segnale chiaro dell’orientamento del nuovo esecutivo sulle questioni legate ai diritti riproduttivi.
Un movimento femminista forte ma diviso
Negli ultimi anni il Cile è stato attraversato da un potente movimento femminista, capace di portare in piazza centinaia di migliaia di persone.
Le mobilitazioni hanno avuto un ruolo centrale anche nel tentativo di riformare la Costituzione ereditata dall’era Pinochet. La proposta elaborata nel 2022 prevedeva, tra le altre cose:
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il riconoscimento costituzionale del diritto all’aborto
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quote paritarie di genere nelle istituzioni pubbliche
Il progetto, tuttavia, è stato respinto dagli elettori, che lo hanno giudicato troppo ampio e complesso. Anche un secondo tentativo di riforma costituzionale nel 2023, promosso dal Partito Repubblicano di Kast, è fallito.
Le critiche all’amministrazione Boric
Le divisioni nel movimento femminista sono state alimentate anche dalle critiche all’operato del governo uscente guidato da Gabriel Boric, che si era definito apertamente “femminista”.
Alcune organizzazioni hanno contestato il ritardo con cui è stato presentato il disegno di legge per legalizzare l’aborto fino alla 14ª settimana di gravidanza, arrivato in Parlamento solo nel 2025 e senza il sostegno politico necessario per essere approvato.
L’ex ministra per le Donne e la Parità di genere Antonia Orellana ha difeso l’azione dell’esecutivo, sottolineando che la priorità del governo è stata migliorare l’applicazione della legge esistente e garantire il rispetto delle tre eccezioni attraverso linee guida e controlli negli ospedali.
Le piazze continuano a mobilitarsi
Nonostante le difficoltà politiche e legislative, il movimento femminista cileno resta molto attivo.
Durante la recente marcia per la Giornata internazionale della donna a Santiago, circa 500.000 persone sono scese in piazza per difendere i diritti conquistati.
Tra le organizzazioni presenti c’era anche la rete Con las Amigas y En La Casa, che da oltre dieci anni fornisce informazioni verificate sull’uso sicuro dei farmaci per l’aborto in caso di gravidanze indesiderate. Il gruppo conta oggi quasi 170.000 follower su Instagram, nonostante ripetuti tentativi di blocco dei suoi canali social.
Secondo molte attiviste, indipendentemente dal colore politico del governo, la battaglia per l’autodeterminazione delle donne continuerà.
“Le donne abortiscono oggi e continueranno a farlo anche domani”, ha dichiarato una militante del movimento. “Sappiamo che la strada sarà difficile, ma il movimento femminista in Cile è forte e organizzato”.
