La cattura di Maduro e il tramonto delle illusioni giuridiche

Quando la legalità globale si ferma davanti agli interessi strategici degli Stati Uniti

Caracas

L’annuncio di Donald Trump sulla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, portato via dal paese dopo un’operazione militare “su larga scala”, segna uno spartiacque che va oltre Caracas. Non è solo l’ennesimo capitolo di una lunga ostilità tra Washington e Venezuela, è la riaffermazione di un principio non scritto ma costante, secondo cui il diritto internazionale vale finché non intralcia gli interessi americani.

Il precedente che ritorna

Il precedente evocato è Panama 1989. Allora come oggi, l’azione viene presentata come necessaria, chirurgica, moralmente giustificata, lotta al narcotraffico, difesa della sicurezza nazionale, ripristino della legalità. La retorica cambia poco. Cambia invece il contesto, oggi l’intervento avviene in un mondo formalmente multipolare, con attori pronti a denunciare l’arbitrio. Russia e Iran parlano apertamente di aggressione e violazione della sovranità, invocando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ma il punto non è la prevedibile condanna diplomatica, è l’asimmetria strutturale che consente agli Stati Uniti di agire e agli altri di protestare.

L’extraterritorialità come dottrina

Washington sostiene che l’operazione rientri nelle prerogative presidenziali per proteggere il personale americano e far eseguire un mandato di arresto per accuse pendenti negli Stati Uniti. È un argomento noto, l’extraterritorialità del diritto penale americano, applicata quando serve. Se altri Stati sequestrassero capi di governo all’estero con analoghe giustificazioni, parleremmo di pirateria internazionale. Quando lo fa la superpotenza, diventa “law enforcement”.

Il petrolio, l’elefante nella stanza

Il nodo reale, tuttavia, non è solo giuridico. È economico. Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere del pianeta. Da anni Caracas accusa Washington di volerle controllare; da anni Washington accusa Caracas di essere uno “stato narco”. Le due narrazioni convivono e si rafforzano a vicenda. Il risultato è che il petrolio resta l’elefante nella stanza, non nominato come causa, ma onnipresente come incentivo. Le portaerei nei Caraibi, i sequestri di petroliere, i raid su infrastrutture portuali disegnano una geografia dell’interesse che precede e segue ogni dichiarazione morale.

Il precedente che normalizza l’eccezione

C’è poi la questione del precedente. Se la cattura di un presidente in carica viene normalizzata quando il bersaglio è politicamente isolato e ricco di risorse strategiche, il sistema internazionale scivola da un ordine basato su regole, imperfette ma condivise, a un ordine di opportunità. Il messaggio è chiaro: la sovranità è negoziabile, la legalità è selettiva, la forza decide.

Il boomerang dell’arbitrio

Infine, l’effetto boomerang. Ogni volta che il diritto internazionale viene sospeso “per necessità”, perde un pezzo della sua credibilità. Ogni volta che l’eccezione diventa prassi, l’argomento morale dell’Occidente si indebolisce. E quando domani altri invocheranno la stessa logica per colpire, arrestare, annettere, Washington avrà meno parole, e meno autorità, per opporsi.

Regole solo per i deboli

Il caso venezuelano non è solo un fatto di cronaca, è uno specchio. Riflette un mondo in cui le regole valgono per i deboli e gli interessi per i forti. E finché il petrolio scorre, il diritto resta a secco.