C’è un’immagine che più di tutte restituisce il senso di Sanremo 2026: l’ultima conferenza stampa, la domenica 1° marzo alle 13. Carlo Conti resta pochi minuti, risposte rapide, sguardo già altrove. Non scortese, non infastidito: semplicemente altrove. Come se l’unico vero desiderio fosse tornare a casa, nella sua Firenze, chiudere il sipario e rientrare in una dimensione ordinaria dopo una settimana di pressione.
Quell’immagine funziona come metafora dell’intero Festival 2026: un’edizione che ha dato l’impressione di voler finire in ordine, senza strappi, senza scosse. Una gestione esecutiva, più che spettacolare. Un Festival molto “targato Rai”: macchina organizzativa impeccabile, (e complimenti per questo!) ma controllo totale, pochi imprevisti, rarissimi guizzi di genio.
La pressione, con ogni probabilità, è stata enorme. E la risposta è stata la più istituzionale possibile: ridurre il rischio al minimo. Il risultato? Uno show formalmente corretto, ma povero di sapore. Pochi momenti davvero memorabili, pochi incidenti ironici, quasi nessuna deviazione narrativa. Tutto ha funzionato, ma quasi nulla ha sorpreso.
I cantanti dell’edizione 2026
Cantanti in gara bravi soprattutto nelle cover, Arisa che ricorda una principessa Disney, tanto romanticismo, un vincitore che rivendica una grande napoletanità, un po’ retrò (era terzo, dietro Marco Carta e Povia, quindici anni fa), una dose di rock con le Bambole di pezza e Dito nella piaga. Un parterre di giovani e rapper.
Gli ascolti: né bene, né male
Gli ascolti, nel complesso, tengono. Non crollano, non esplodono. Si collocano in quella zona rassicurante che permette di parlare di “successo” senza poter gridare al trionfo. È un equilibrio da servizio pubblico: numeri solidi, ma non incandescenti. Il Festival come prodotto affidabile, non come evento epocale.
E intanto il testimone passa. Si parla già di Stefano De Martino, cavallo di razza della scuderia. Durante la stessa conferenza qualcuno sottolinea: è ballerino, è showman, ma conosce la musica? Una precisazione che suona quasi come una giustificazione preventiva. Come a dire: sì, viene dall’intrattenimento puro, ma può reggere anche il tempio della canzone. E girano già le voci su un nuovo festival di Napoli in salsa ligure, una tutorship di Maria De Filippi, una partner con la rassicurante Clerici.
Poi arrivano le dichiarazioni dei vertici Rai. Toni compatti, sorrisi istituzionali. E una frase che colpisce: oggi non è più centrale la musica, ma lo show. Davvero? Non erano le canzoni il cuore storico del Festival? Non era la gara il fulcro attorno a cui tutto ruotava? La sensazione è che il baricentro si sia spostato definitivamente: la musica è contenuto, lo show è contenitore. E il contenitore conta di più.
In fondo, la questione è anche economica.
Bilancio economico
Il bilancio finale sorride alla Rai, che chiude la rassegna con una raccolta pubblicitaria senza precedenti: ben 72 milioni di euro incassati, segnando un incremento del 10% rispetto all’anno precedente e confermando l’evento come il pilastro finanziario del servizio pubblico.
Sul fronte delle uscite, la gestione Carlo Conti ha mantenuto efficienza, con costi di produzione che hanno oscillato tra i 20 e i 22 milioni di euro. Il direttore artistico e conduttore ha guidato la kermesse con un contratto stimato intorno ai 600.000 euro, mentre al suo fianco Laura Pausini con un compenso di circa 250.000 euro. Per quanto riguarda i protagonisti sul palco, i 30 artisti in gara hanno beneficiato di un rimborso spese forfettario di 75.000 euro ciascuno, mentre i super ospiti di rilievo internazionale hanno pesato con gettoni di 100.000 euro.
Oltre al successo contabile per l’azienda di Viale Mazzini, l’edizione 2026 ha generato un impatto travolgente sul territorio. Secondo le analisi di impatto economico, l’indotto complessivo per la città di Sanremo e l’intera regione ha superato i 300 milioni di euro, alimentato da un turismo sold-out e da una visibilità mediatica senza pari. Con uno share che nella serata finale ha sfiorato il 69%, il Festival tiepido musicalmente, ma operazione finanziaria di assoluto rilievo che garantisce alla Rai un utile netto vicino ai 50 milioni di euro.
