Il cappio come legge

Israele istituzionalizza la pena di morte per i palestinesi: un messaggio politico che segna un punto di non ritorno.

Itamar Ben-Gvir

La nuova legge approvata in Israele, che introduce la pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo, non è soltanto una scelta crudele. È un altro passo verso qualcosa di ancora più grave, rendere normale l’idea che un palestinese possa essere eliminato non solo con le armi, ma anche “per legge”.

Questo è il punto che non va nascosto dietro le parole della propaganda. Non si tratta davvero di sicurezza. Non si tratta di giustizia. E non si tratta nemmeno di fermare il terrorismo. Si tratta di potere. Di dominio. Di occupazione.

Quando uno Stato decide che per una parte della popolazione valgono regole più dure, tribunali diversi e perfino la morte come pena, non sta difendendo la democrazia. La sta distruggendo. E in questo caso il bersaglio è chiarissimo, i palestinesi.

La legge viene raccontata come una risposta agli attacchi. Ma chiunque guardi i fatti con un minimo di onestà capisce che qui si vuole mandare un messaggio politico, il palestinese deve vivere sapendo che lo Stato israeliano può togliergli tutto, anche la vita, con il timbro della legalità. È il passaggio finale di una logica che da anni si vede nei territori occupati, colonie che avanzano, arresti di massa, violenze quotidiane, umiliazione continua. Ora si aggiunge anche il patibolo.

E non è un caso che questa legge sia stata voluta e celebrata proprio dagli esponenti più fanatici e razzisti del governo israeliano, come Itamar Ben-Gvir. Gente che non parla di pace, non parla di convivenza, non parla di diritto. Parla solo il linguaggio della punizione, della vendetta e della forza. Il loro progetto è sempre più chiaro, cancellare politicamente e umanamente il popolo palestinese, pezzo dopo pezzo, legge dopo legge.

Questa non è lotta al terrorismo. È la costruzione di una giustificazione permanente per colpire i palestinesi sempre e comunque. Basta chiamarli “terroristi”, e tutto diventa possibile. Anche impiccarli. Anche far passare l’idea che uccidere un palestinese sia un atto di giustizia.

Ed è qui che si vede la vera natura di questa deriva, non fermare la violenza, ma usarla come strumento per consolidare la conquista dei territori palestinesi e dare una copertura “legale” a ciò che sul piano morale e politico resta inaccettabile.

Poi però gli stessi dirigenti israeliani si chiedono perché nel mondo cresca l’ostilità nei confronti di Israele. Si indignano, gridano all’antisemitismo, si presentano come vittime incomprese. Ma non si accorgono, o fingono di non accorgersi, che sono proprio loro, con queste politiche, a seminare odio, rabbia e rigetto.

Va detto con assoluta chiarezza, criticare Israele e il suo governo non è antisemitismo. Anzi, è necessario proprio per non lasciare che un’intera identità, una storia tragica e un popolo vengano usati come scudo morale da un gruppo dirigente estremista che sta trascinando tutto e tutti verso un abisso.

Quando uno Stato mette il cappio nella legge, non sta diventando più forte. Sta mostrando al mondo di aver perso il senso del limite, della giustizia e persino della propria umanità.