Barbie autistica: inclusione reale o marketing travestito?

La nuova bambola inclusiva di Mattel divide l’opinione pubblica tra intenti educativi, stereotipi e critiche delle associazioni italiane.

Barbie autistica

Era il 1997 quando Mattel presentò la prima Barbie in carrozzina, aprendo la strada a una linea di bambole pensate per rappresentare una maggiore varietà di corpi, condizioni e vissuti. Negli anni sono arrivate versioni con sindrome di Down, non vedenti, affette da diabete di tipo 1, fino all’ultimo modello che ha riacceso il confronto pubblico: la Barbie autistica.

Un progetto che si inserisce nella strategia dell’azienda californiana di promuovere l’idea di una società plurale, ma che questa volta ha sollevato interrogativi ben più profondi rispetto al passato.

Una bambola che fa discutere in tutto il mondo

Il lancio della Barbie autistica ha generato un acceso dibattito internazionale. Da una parte chi difende l’iniziativa come passo simbolico verso la rappresentazione delle neurodiversità, dall’altra chi si chiede se fosse davvero necessario tradurre una condizione complessa in un prodotto commerciale.

Di certo, l’obiettivo di visibilità è stato raggiunto: la discussione mediatica ha amplificato il messaggio ben oltre le aspettative, riportando al centro il tema dell’inclusione e dei suoi limiti.

I dettagli del modello e il tentativo di “raccontare” l’autismo

A un primo sguardo, la bambola non presenta elementi immediatamente riconducibili all’autismo: indossa un abito ampio, ha un fiore al dito e porta cuffie rosa. Solo osservando con maggiore attenzione – e consultando le indicazioni fornite – emergono i riferimenti scelti dai designer.

Lo sguardo leggermente obliquo, la margherita pensata come strumento antistress, le braccia articolate per simulare lo sfarfallio delle mani e le cuffie che richiamano l’ipersensibilità uditiva sono stati concepiti per rappresentare alcune manifestazioni presenti nello spettro autistico.

Il problema, però, sta proprio qui: racchiudere in un’unica figura caratteristiche che non appartengono a tutte le persone autistiche.

Una semplificazione di una realtà estremamente complessa

Come sottolineato anche da diversi osservatori, l’autismo non è una condizione facilmente classificabile. Le differenze tra un caso e l’altro possono essere profonde, e ogni tentativo di sintesi rischia di trasformarsi in stereotipo.

La narrazione che accompagna Barbie, basata su elementi iconici come l’estetica e l’abbigliamento, sembra rivolgersi più al pubblico generale che alle persone direttamente coinvolte. Non è infatti chi vive una disabilità il target principale di queste operazioni, bensì il mercato e l’immaginario collettivo.

Accoglienza positiva negli USA, critiche forti in Italia

Negli Stati Uniti, dove Mattel ha collaborato con l’Autistic Self Advocacy Network, la nuova Barbie è stata accolta in modo generalmente favorevole. In Italia, invece, molte associazioni hanno espresso una netta contrarietà.

Stefania Stellino, presidente della sezione Lazio dell’ANGSA, ha definito l’iniziativa “uno spettacolo grottesco”, criticando la creazione di un presunto prototipo dell’autismo che fonde stereotipi riferiti a persone molto diverse tra loro. Pur riconoscendo le buone intenzioni, Stellino ha parlato di un risultato “mostruoso” e disturbante.

“L’autismo non si riassume in una bambola”

Sulla stessa linea Margareth Martino di Scopriamo l’autismo, secondo cui mantenere alta l’attenzione sui bisogni delle persone autistiche è fondamentale – in Italia una persona su 77 è nello spettro – ma non attraverso una semplificazione così estrema.

Le famiglie, sottolinea, hanno bisogno di supporti concreti, servizi adeguati e tutela, non di simboli che rischiano di banalizzare una condizione complessa.

Inclusione o strategia commerciale?

Le critiche più dure mettono in discussione il concetto stesso di inclusione promosso dall’operazione. L’autismo non è un’estetica, né un accessorio da esibire. È una realtà fatta di fatica quotidiana, relazioni, difficoltà, ma anche di dignità e diritti.

Ridurre tutto questo a un giocattolo, secondo molti, non educa: semplifica, addolcisce e tradisce la complessità della vita reale. Il timore è che iniziative di questo tipo servano più a ripulire l’immagine dei grandi marchi che a migliorare concretamente la condizione delle persone autistiche.

Quando il marketing indossa i panni delle buone intenzioni

Chi vive l’autismo ogni giorno non chiede rappresentazioni di facciata, ma rispetto, protezione e verità. La Barbie autistica, per molti, non è un passo avanti verso l’inclusione, bensì un’operazione di marketing emozionale mascherata da sensibilizzazione.

Una scelta che, invece di unire, ha finito per dividere, sollevando una domanda fondamentale: dove finisce la rappresentazione e dove inizia la strumentalizzazione?