Afghanistan, la menzogna di Trump e il silenzio di Giorgia Meloni

L’amicizia politica con Trump non può trasformarsi in deferenza, i militari italiani morti in Afghanistan meritano rispetto e dignità

Militari italiani morti in Afghanistan

Di certe parole non resta solo il suono, resta l’offesa. E, soprattutto, resta il disprezzo. Donald Trump ha scelto di liquidare con una battuta gli alleati della Nato impegnati in Afghanistan, sostenendo che “stavano un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte”. Un’affermazione detta con compiacimento, come se la memoria di una guerra e dei suoi caduti potesse essere ridotta a una frecciata elettorale. È un attacco politico, ma prima ancora è una mancanza di rispetto.

L’Afghanistan non è un talk show né un argomento da maneggiare con sarcasmo. È stato un conflitto lungo quasi vent’anni, nato all’indomani dell’11 settembre, che ha coinvolto l’intero fronte occidentale e che ha lasciato dietro di sé un’eredità pesante, devastazione nel Paese, instabilità regionale, migliaia di vittime militari e un numero enorme di morti tra la popolazione locale. Chiunque abbia responsabilità pubbliche dovrebbe misurare le parole quando tocca quel capitolo.

In particolare perché i fatti smentiscono l’idea, insinuata da Trump, di alleati marginali e defilati. La Gran Bretagna ha pagato un tributo altissimo: 457 militari britannici sono morti nella campagna afghana. L’Italia ne ha pianti 54. Cinquantaquattro uomini e donne in uniforme caduti in una missione Nato, spesso in contesti operativi complessi, esposti a imboscate, attacchi, esplosioni. Non erano comparse. Non stavano “lontani dal fronte”. Erano parte del fronte.

La strategia di Trump è nota, semplificare, umiliare, trasformare la politica estera in spettacolo muscolare. Per lui gli alleati non sono partner ma strumenti, utili solo se confermano il suo racconto. L’Europa viene trattata come un peso e la Nato come un servizio a consumo, quasi un’azienda che fattura protezione. In questa cornice, l’Afghanistan diventa una clava retorica per ribadire un concetto, l’America sarebbe sola e tradita, mentre gli altri Paesi avrebbero beneficiato senza sacrificare davvero nulla.

Ma qui non si discute di interpretazioni politiche, si discute di memoria e dignità. Quando si irridono i contingenti alleati in Afghanistan si colpiscono i morti, e con loro le famiglie, i reduci, le comunità militari. Non a caso la reazione più immediata e dura è arrivata da Londra. Il premier britannico Keir Starmer ha definito quelle parole “offensive” e ha sottolineato quanto siano dolorose per chi ha perso qualcuno. Anche il principe Harry, che in Afghanistan ha prestato servizio e vi ha perso amici, ha richiamato al rispetto dovuto ai sacrifici compiuti.

In Italia la polemica è esplosa soprattutto con le parole di Matteo Renzi, che ha chiesto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di prendere le distanze dalle dichiarazioni di Trump. Ma al di là delle dinamiche interne, il punto è istituzionale. Se un presidente americano deride, di fatto, i caduti italiani in una missione internazionale, la risposta del capo del governo non dovrebbe dipendere dall’opportunità politica o dalle simpatie personali.

Il silenzio, in questi casi, non è prudenza diplomatica. È ambiguità. E rischia di essere letto come acquiescenza. Meloni ha costruito parte della sua credibilità internazionale su un canale privilegiato con l’universo conservatore statunitense, in particolare trumpiano. Ma un rapporto politico non può trasformarsi in subordinazione. La fedeltà atlantica non è deferenza verso un singolo leader, né può significare tollerare l’insulto ai propri soldati.

I 54 italiani caduti in Afghanistan meritano rispetto. Così come i 457 britannici. E meritano soprattutto verità. La guerra può essere criticata, analizzata, perfino condannata. Ma non può essere riscritta con sarcasmo, riducendo i sacrifici altrui a una battuta.

Se l’Italia vuole restare un alleato credibile degli Stati Uniti deve esserlo da pari. Se vuole stare nella Nato deve farlo con schiena dritta. E se vuole rivendicare sovranità nazionale, deve dimostrarla anche quando è più scomodo, dicendo “no” all’”amico” potente che insulta i nostri morti.