È arrivata la condanna all’ergastolo per Mark Samson, l’uomo a processo per il femminicidio dell’ex fidanzata Ilaria Sula, la studentessa di 22 anni uccisa a Roma nel marzo del 2025. La corte ha emesso il verdetto in primo grado, ritenendo l’imputato responsabile di omicidio volontario e occultamento di cadavere.
Secondo l’impianto accusatorio accolto dai giudici, il movente del delitto va ricercato nella totale incapacità dell’uomo di accettare la fine della relazione sentimentale con la giovane. Nel corso del procedimento sono state riconosciute le pesanti aggravanti della premeditazione, dei futili motivi e del legame affettivo che univa la vittima al suo assassino.
L’omicidio, il depistaggio e il ritrovamento del corpo
I drammatici fatti risalgono al marzo del 2025. Ilaria Sula è stata brutalmente assassinata con diverse coltellate. Dopo il delitto, il 23enne aveva messo in atto un piano di depistaggio per guadagnare tempo. Aveva utilizzato lo smartphone della vittima per inviare messaggi ai familiari e alle amiche, inscenando una finta fuga della ragazza con un’altra persona.
Il corpo senza vita della 22enne era stato rinvenuto soltanto giorni dopo, chiuso all’interno di una valigia e abbandonato in una scarpata a Poli, un comune situato a circa quaranta chilometri a est della Capitale. Messo di fronte alle evidenze investigative durante l’interrogatorio in questura, Samson aveva infine confessato il delitto.
Il coinvolgimento della madre nel concorso in occultamento di cadavere
Le indagini sul tragico evento hanno fatto luce anche sulle complicità familiari. La madre di Mark Samson ha patteggiato una condanna a due anni di reclusione per il reato di concorso in occultamento di cadavere.
Secondo quanto emerso dagli atti e confermato dai legali durante gli accertamenti in questura, la donna si trovava nell’abitazione al momento del delitto e si era mossa per ripulire le tracce di sangue dalla camera in cui era avvenuto l’omicidio. Inoltre partecipando attivamente, insieme al figlio, a disfarsi del corpo della giovane.
Dal punto di vista giuridico ed etico, la scelta di questa madre non ha trovato alcuna giustificazione. La legge ha infatti perseguito e condannato la sua condotta, con il patteggiamento a due anni per concorso in occultamento di cadavere. Il giudice ha ribadito che la complicità della donna in un crimine e nel depistaggio rappresenta una gravissima violazione non solo della giustizia, ma anche di quel ruolo educativo che avrebbe dovuto spingere a fermare la violenza anziché ad assecondarla.
