Le manifestazioni, i cortei e le proteste che nell’ultimo periodo hanno riempito le piazze di molte città italiane non nascono dal nulla. Alla base del malcontento ci sono motivi molto concreti, legati a una quotidianità che per milioni di persone è diventata sempre più difficile da sostenere. Negli ultimi anni, quasi ogni voce di spesa è salita a dismisura. Fare la spesa al supermercato, fare un pieno di benzina, pagare le bollette di luce e gas, versare la rata del mutuo o l’affitto di casa. A fronte di costi che continuano a salire, i guadagni sono rimasti fermi, riducendo drasticamente le risorse a disposizione delle famiglie.
Perché parlare solo di inflazione non basta
Spesso sentiamo dire dai telegiornali che l’inflazione a settembre si è attestata al 4,2%. Questo numero indica la velocità con cui i prezzi stanno crescendo rispetto all’anno scorso. Ma fermarsi a questo dato rischia di far sembrare il problema più piccolo di quello che è nella realtà. Il calo dell’inflazione rispetto ai picchi passati non significa infatti che i prezzi siano scesi, ma solo che stanno salendo più lentamente.
Se guardiamo a cosa è successo a partire dall’inizio del 2021, tra le conseguenze della pandemia, il conflitto in Ucraina e la successiva crisi energetica legata alle tensioni in Medio Oriente, il costo della vita è aumentato complessivamente di oltre il 24%. In parole semplici: quello che all’inizio del 2021 compravamo con 100 euro, oggi ne richiede più di 124. Si tratta di un aumento di un quarto delle nostre spese quotidiane, accumulato mese dopo mese.
Il carrello della spesa e i beni di prima necessità
Il problema diventa ancora più evidente se si osserva l’aumento dei prodotti indispensabili. L’indice generale dei prezzi tiene conto di tantissime cose, inclusi servizi secondari o tecnologici. Ma se isoliamo ciò che acquistiamo ogni settimana al supermercato, cibo, prodotti per la cura della persona e per la pulizia della casa, gli aumenti superano il 27% dal 2021.
Alcuni alimenti di uso quotidiano, come l’olio, il caffè e diverse varietà di verdura, hanno visto il loro prezzo salire fino al 50%. Questo tipo di rincaro colpisce in modo particolarmente ingiusto le famiglie a reddito medio-basso, che per forza di cose devono destinare la maggior parte del proprio stipendio proprio all’acquisto di cibo e beni di prima necessità.
I costi della casa: un mattone sempre più pesante
Oltre al cibo, anche avere un tetto sopra la testa è diventato un lusso. Chi cerca casa in vendita deve fare i conti con prezzi medi saliti di oltre il 15% dal 2021, a cui si aggiunge il forte rialzo degli interessi sui mutui, che sono quasi triplicati.
La situazione è ancora più critica per chi vive in affitto: i canoni mensili sono aumentati in media di oltre il 35%, toccando vette difficilmente sostenibili nelle grandi città come Milano, Bologna o Firenze. A tutto questo si somma la spesa per l’energia: le bollette di luce e gas continuano a pesare pesantemente sul bilancio domestico, soprattutto per chi abita in edifici meno isolati e più vecchi, dove i consumi per riscaldamento e aria condizionata sono inevitabilmente più alti.
Il potere d’acquisto che sparisce
Il nodo principale resta comunque il confronto tra entrate e uscite. Sebbene sulla carta le buste paga abbiano registrato leggeri ritocchi all’insù (+12,3% dal 2021 ad oggi), il potere reale di acquisto, cioè la quantità di beni e servizi che effettivamente si riescono a comprare con quei soldi, è sceso di oltre il 6%. L’Italia resta purtroppo uno dei paesi europei che fa più fatica a recuperare il terreno perso in termini di guadagni reali.
Il pane è passato da 3,03 euro al chilo nel 2021 a 4,99 euro nel 2026, la pasta da 1,34 a 2,19 euro. Il latte, che nel 2021 costava 1,29 euro, è arrivato a 1,85 euro. Tra gli aumenti più evidenti c’è quello dell’olio extravergine d’oliva: da 5,20 euro al chilo nel 2021 a 11,50 euro nel 2024, prezzo confermato anche nel 2026. Le mele Gold sono più che raddoppiate, passando da 1,12 a 2,52 euro al chilo. I limoni sono saliti da 1,84 a 3 euro, le carote da 1,27 a 2 euro, le patate da 1,19 a 1,95 euro. Rincari marcati anche per la carne: il pollo intero è passato da 4,22 a 7,60 euro al chilo; le cosce di pollo da 3,70 a 6,95 euro. Il macinato di vitello è salito da 7,99 a 14,50 euro al chilo. Il prosciutto cotto, infine, è passato da 18,34 a 28 euro al chilo.
Stipendi fermi e tasse in agguato
Come se non bastasse, i minimi aumenti nominali dello stipendio hanno finito per generare un brutto scherzo fiscale: guadagnando leggermente di più sulla carta, molti lavoratori sono passati a scaglioni di tasse più alti o hanno perso il diritto a bonus e detrazioni. Il risultato è che si pagano più tasse anche se il tenore di vita reale è diminuito. Inoltre, molte delle agevolazioni previste dallo Stato (come i tetti massimi per detrarre gli affitti degli studenti) si basano su limiti fissati molti anni fa e mai adeguati ai prezzi attuali, rendendo gli aiuti sempre meno efficaci per chi ne ha davvero bisogno.
