L’ennesima doccia fredda per gli automobilisti italiani è servita, puntualissima e spietata. Chi oggi si è accostato al distributore sperando in un briciolo di sollievo si è trovato di fronte alla solita, amara realtà: nessun taglio, nessun aiuto, solo rincari. Dallo scorso 6 ottobre il gasolio subito subisce un balzo di 6,1 centesimi al litro nell’indifferenza generale.
La causa? Un vero e proprio gioco di prestigio burocratico. Il tanto decantato meccanismo delle accise mobili — che avrebbe dovuto restituire ai cittadini almeno una parte dell’extragettito IVA incassato dallo Stato sui prezzi gonfiati — semplicemente non esiste. In Gazzetta Ufficiale non v’è alcuna traccia del decreto interministeriale Mase-Mef. Risultato? Per la prima volta dopo mesi, ogni parvenza di sconto fiscale si azzera del tutto, lasciando le famiglie completamente scoperte.
A cascata, crolla anche quel magro “contentino” sbandierato con orgoglio: il cosiddetto price cap di Eni a 2,19 euro al litro è saltato all’istante, riposizionandosi a quota 2,25 euro per il diesel del “Cane a sei zampe”. La motivazione della compagnia è di una lucidità disarmante: senza l’aiuto fiscale del Governo, il prezzo sale. Un teatrino grottesco in cui lo Stato incassa e le compagnie si adeguano, mentre il peso della stangata cade interamente sulle spalle di chi deve spostarsi per lavorare.
Le rilevazioni ufficiali dell’Osservatorio Prezzi del Mimit dipingono un quadro sconfortante:
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Rete stradale nazionale (self-service): benzina a una media di 2,043 €/l; diesel a 2,244 €/l.
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Rete autostradale (self-service): benzina a 2,054 €/l; gasolio a 2,267 €/l.
Come giustamente denunciato dalle associazioni dei consumatori, anziché soluzioni strutturali ci troviamo davanti all’ennesima promessa infranta, con un esecutivo immobile e cittadini costretti a sperare nella benevolenza dei singoli marchi petroliferi.
La favola delle 19 accise: la narrazione che nasconde il vero salasso
Di fronte all’esasperazione popolare, quando la protesta monta, torna puntuale a circolare sui social la leggenda delle “19 accise storiche” — dalla guerra d’Etiopia del 1935 al terremoto dell’Irpinia —, usata spesso per canalizzare la rabbia su fantasmi del passato.
Ma la verità fiscale, se possibile, fa ancora più rabbia:
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Nessun centesimo va al 1935: L’imposta straordinaria per la campagna d’Africa fu abolita già nel 1936.
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L’accorpamento furbesco del 1995: Con il Testo Unico delle Accise (D.Lgs. 504/1995), lo Stato ha spazzato via ogni riferimento ai singoli eventi emergenziali, unificando tutto in un’unica e vorace aliquota indistinta.
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Il prelievo strutturale del 2012-2013: La Legge di Stabilità 2013 ha trasformato definitivamente l’accisa in un’imposta erariale permanente.
Il punto non è se stiamo ancora pagando la ricostruzione del Vajont o il sisma del Belice. La vera beffa è che quelle tragedie passate sono servite da comodo pretesto per alzare gradualmente la quota fissa della tassazione. Oggi non stiamo finanziando la storia, ma semplicemente alimentando un pozzo senza fondo dove il gettito finisce nel bilancio generale per coprire le spese dello Stato, senza alcun vincolo né restituzione ai cittadini.
Transizione ecologica o cassa continua? La mannaia del riallineamento
Mentre ai cittadini si somministrano sconti “spot” di pochi centesimi e a scadenza brevissima — veri e propri zuccherini per addolcire la pillola —, le vere riforme fiscali vanno sempre e solo in un’unica direzione: l’aumento della pressione fiscale.
L’ultimo esempio di questo accanimento è il cosiddetto riallineamento delle aliquote scattato dal 1° gennaio 2026. Con la scusa dell’eliminazione dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD) e della transizione ecologica imposta dall’Unione Europea, la Legge di Bilancio ha azzerato lo storico vantaggio di cui godeva il diesel.
La ricetta è stata impietosa: l’accisa sulla benzina è stata limata appena di 4,05 centesimi, mentre quella sul gasolio è stata aumentata della stessa esatta cifra, parificando l’aliquota per entrambi i carburanti alla spaventosa quota di 0,6729 € per ogni singolo litro (672,90 euro ogni mille litri). Un’operazione mascherata da scelta verde che, all’atto pratico, si traduce nell’ennesima mazzata sui costi di trasporto di milioni di lavoratori e autotrasportatori.
Maglia nera in Europa: il popolo “sovrano” paga il conto più alto
In questo scenario di continue prese in giro, l’Italia continua a detenere un doloroso e insensato primato a livello continentale per l’incidenza della tassazione fissa sui carburanti:
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Gasolio: Il nostro Paese contende al Belgio il podio per la pressione fiscale più alta d’Europa.
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Benzina: La tassazione italiana è seconda solo a quella dei Paesi Bassi, superando persino nazioni con salari medi decisamente più elevati.
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Il confronto con l’Est Europa: Paesi come Ungheria, Polonia e Bulgaria applicano le aliquote minime previste dall’UE, lasciando respirare i propri cittadini con prezzi decisamente più sostenibili.
Mentre altrove si tutelano le famiglie, in Italia la sovranità popolare e i diritti costituzionali sembrano fermarsi alla cassa del distributore, dove chiunque sia costretto a mettere in moto un’automobile continua a essere visto unicamente come un limone da spremere.
