Non c’è tregua per il Nepal e l’Asia meridionale a causa del flagello dei monsoni. A poche settimane dal tragico evento idrogeologico di fine agosto che ha causato la morte di oltre 1.200 persone nell’area di confine con il Tibet, una nuova e violenta gatta da pelare meteorologica sta mettendo in ginocchio la regione. L’ondata di maltempo estremo, generata da un tardivo prolungamento della stagione delle piogge, ha colpito con durezza Nepal, India, Myanmar e Thailandia.
Particolarmente impressionanti sono i riscontri visivi che giungono dal cuore del Nepal, precisamente nella zona di Chame (nel Centro-Nord del Paese): un filmato virale ha immortalato l’istantaneo e completo cedimento del versante di una montagna, collassato a valle in una manciata di secondi sotto l’azione erosiva dell’acqua.
Bilancio tragico: decine di vittime e decine di migliaia di sfollati
Tre giorni di precipitazioni ininterrotte hanno lasciato dietro di sé una scia di distruzione e vittime in tutti e quattro gli Stati coinvolti.
Uttar Pradesh (India): L’impatto più pesante in termini di vite umane si registra nello stato indiano, dove i decessi accertati variano tra i 56 e i 62, a cui si aggiungono centinaia di feriti e circa mille strutture abitative danneggiate o del tutto distrutte. Nepal: Le autorità di soccorso locali segnalano tra i 21 e i 27 morti confermati a causa di smottamenti e colate di fango lungo la fascia collinare e montana, mentre la conta dei dispersi resta aperta. Odisha (India): La piena dei fiumi ha superato i livelli critici, spingendo le istituzioni ad evacuare in via cautelativa oltre 75.000 cittadini residenti nelle aree a maggior rischio idrogeologico. Thailandia e Myanmar: Estese inondazioni hanno paralizzato numerose province, provocando gravi danni alla rete infrastrutturale e viaria.
La dinamica meteo e il meccanismo d’innesco dei crolli
All’origine di questo evento estremo vi è la formazione di una profonda depressione atmosferica sul Golfo di Bengala. Muovendosi verso l’entroterra del subcontinente indiano, questo sistema ha scaricato volumi idrici del tutto eccezionali. Basti pensare che nell’Uttar Pradesh sono caduti circa 66,5 millimetri di pioggia in 72 ore, a fronte di una media storica stagionale di appena 7,6 millimetri per lo stesso arco temporale.
A scatenare la catena di frane e cedimenti strutturali è la concentrazione del carico d’acqua in un intervallo di tempo ristretto. Quando ingenti quantitativi penetrano in terreni già saturi o geologicamente instabili, l’aumento della pressione dei pori supera la resistenza meccanica dei versanti. Il risultato è il rapido scivolamento di intere pareti rocciose, come accaduto sulle vette nepalesi.
Conseguenze ambientali, isolamento dei soccorsi e prospettive future
Gli effetti combinati di alluvioni e smottamenti stanno ridefinendo la conformazione morfologica dei bacini idrografici locali. Il crollo di ponti, strade ed opere idrauliche complica enormemente le manovre di soccorso, lasciando decine di comunità montane in totale isolamento. Parallelamente, il dilavamento dei suoli minaccia il settore agricolo, mettendo a rischio la sicurezza alimentare di popolazioni già duramente colpite dalle recenti calamità.
Come evidenziato dagli esperti già in occasione dei recenti crolli glaciali tra Nepal e Tibet, i cambiamenti climatici stanno amplificando l’intensità e la frequenza di questi fenomeni meteorologici. Per una nazione giovane e geologicamente fragile come il Nepal — il cui PIL si regge in buona parte sul turismo sostenibile e montano — si rende ormai indispensabile un piano di monitoraggio in tempo reale e una pianificazione del territorio capace di prevenire il rischio idrogeologico del futuro.
