Tim Curry e l’arte di occupare la scena: oggi diamo l’addio a un talento irripetibile. Ci sono attori che entrano in un’inquadratura chiedendo il permesso e altri che la conquistano con il solo peso del proprio carisma. Tim Curry apparteneva indubbiamente a questa seconda categoria. Gli bastava una minima oscillazione del volto, un sopracciglio sollevato con impeccabile ironia britannica o quella voce baritonale profonda e vellutata per catturare l’attenzione dello spettatore e non lasciarla più andare.
L’attore si è spento serenamente all’età di 80 anni nella sua abitazione di Toluca Lake, a Los Angeles, come confermato dalla sua storica manager Marcia Hurwitz. Le autorità locali, intervenute sul posto, hanno confermato come il decesso sia avvenuto per cause naturali. Era legato al progressivo aggravarsi delle sue condizioni di salute dopo il grave ictus che lo aveva colpito nel 2012. Con la sua scomparsa, il mondo dello spettacolo perde uno dei suoi interpreti più trasversali. Un artista capace di muoversi con la stessa disinvoltura tra il teatro classico di Broadway, la fantascienza di serie B, l’horror d’autore e la commedia demenziale.
L’uragano Frank-N-Furter e la nascita di un rito collettivo
La storia artistica di Curry cambia radicalmente alla fine degli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze a teatro nel cast britannico del musical Hair, l’attore incontra il drammaturgo Richard O’Brien. È l’inizio di una magia: O’Brien sta scrivendo un’opera stravagante che mescola parodia horror, fantascienza camp e liberazione sessuale. Curry si presenta all’audizione cantando Tutti Frutti di Little Richard e conquista la parte del protagonista. Il Dr. Frank-N-Furter, uno scienziato alieno, libertino e magnificamente eccessivo proveniente dalla “Transexual Transylvania”.
Dopo il successo del debutto sul palcoscenico londinese nel 1973 e le successive repliche a Broadway, nel 1975 Curry veste i panni dello scienziato nell’adattamento cinematografico diretto da Jim Sharman, The Rocky Horror Picture Show. Conscio del rischio di rimanere intrappolato in un personaggio così ingombrante, Curry decise di buttarsi a capofitto nel ruolo senza paracadute. Era guidato dalla convinzione che non valesse la pena fare questo lavoro senza correre pericoli.
Il film fu inizialmente un fiasco al botteghino, ma la storia prese una piega inattesa nel 1976 con le storiche proiezioni di mezzanotte al Waverly Theatre di New York. Fu lì che la pellicola smise di essere un semplice film per trasformarsi in un vero e proprio rito collettivo. Il pubblico cominciava a vestirsi come i protagonisti, a cantare a memoria le canzoni e a interagire con lo schermo. Al centro di quella rivoluzione in corsetto e tacchi a spillo c’era proprio lui, capace di lanciare un messaggio di totale emancipazione condensato nella celebre frase: «Don’t dream it, be it» (Non sognarlo, sii ciò che vuoi essere).
La maschera del terrore e il camaleonte dei generi
Liberarsi dell’ombra di Frank-N-Furter non fu un’impresa semplice, ma Curry trascorse i decenni successivi a dimostrare l’incredibile ampiezza del suo registro recitativo. Se con Rocky Horror aveva sedotto il pubblico mostrando quanto potesse essere affascinante il pericolo, nel 1990 riuscì a terrorizzare un’intera generazione facendo l’esatto opposto nella miniserie televisiva It, tratta dal romanzo di Stephen King.
Il suo Pennywise è rimasto impresso nella storia della TV. Non era solo un mostro fatto di trucco e protesi. Curry lasciava trasparire un’umanità perversa e amichevole dietro la maschera del clown, rendendo i palloncini rossi e i tombini un incubo per milioni di spettatori.
Tra le tappe più significative di una carriera durata oltre cinquant’anni spiccano:
-
I grandi ruoli cinematografici. Dal maestoso e cornuto Signore delle Tenebre nel fantasy Legend di Ridley Scott (1985) all’arguto maggiordomo Wadsworth nella commedia cult Signori, il delitto è servito (1985), passando per il dottor Petrov in Caccia a Ottobre Rosso (1990), il concierge del Plaza Hotel in Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York (1992) e il memorabile pirata Long John Silver in I Muppet nell’isola del tesoro (1996).
-
Il palcoscenico e i premi. Il cordone ombelicale con il teatro non si è mai spezzato. A Broadway e nel West End è stato un acclamato Mozart in Amadeus, il Re dei Pirati in The Pirates of Penzance e Re Artù nel musical Spamalot, collezionando nella sua carriera ben tre candidature ai Tony Award e due ai Laurence Olivier Award.
-
La musica e la voce. Dotato di un talento canoro raro per gli attori di formazione teatrale, tra il 1978 e il 1981 ha inciso tre album solisti (Read My Lips, Fearless e Simplicity). La sua voce inconfondibile gli ha valso un Daytime Emmy nel 1991 per l’interpretazione di Capitan Uncino nella serie animata di Peter Pan. Rimangono iconiche le sue interpretazioni al doppiaggio di personaggi iconici come Palpatine/Darth Sidious in Star Wars: The Clone Wars.
Gli ultimi anni e la grande lezione di dignità
Nel 2012 un grave ictus ha segnato una spaccatura dolorosa nella vita dell’attore, costringendolo all’uso continuativo della sedia a rotelle e a una lunga e complessa riabilitazione. Ciononostante, la sua forza di volontà non è mai venuta meno. Curry ha continuato a lavorare assiduamente come doppiatore, a partecipare alle convention per riabbracciare i suoi fan e persino a tornare sul set. Nel 2016 ha partecipato come narratore al remake televisivo di Rocky Horror, mentre nel 2024 è apparso con un cameo nell’horror Stream, ponendo le basi per la sua partecipazione al sequel.
Nei suoi ultimi anni ha affidato ricordi, aneddoti e riflessioni alla sua autobiografia Vagabond, raccontando a cuore aperto anche la battaglia contro la malattia.
Tim Curry lascia in eredità una filmografia immensa, ma soprattutto un insegnamento raro per il mondo dello spettacolo. La capacità di celebrare la diversità senza mai giudicare i propri personaggi, trasformando ogni cattivo, ogni folle e ogni stravagante stravaganza in una piccola opera d’arte indimenticabile.
