Cronisti nel mirino di Israele

Colpire i giornalisti significa rendere invisibile il conflitto: il caso Khalil e le ombre sulla condotta israeliana

Amal Khalil

Non è una semplice controversia, né un incidente isolato. L’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil nel sud del Libano si inserisce in una dinamica più ampia e inquietante, in cui il diritto di raccontare la guerra sembra diventare incompatibile con la condotta stessa delle operazioni militari israeliane.

Secondo le autorità libanesi, Khalil è stata colpita in un attacco con droni a al-Tayri, in quello che viene definito un “double tap”, un primo bombardamento, seguito da un secondo mentre lei e la collega Zeinab Faraj cercavano rifugio. Una dinamica che, se confermata, non solo solleva interrogativi militari, ma anche morali e giuridici.

Il governo libanese, guidato da Nawaf Salam, ha parlato apertamente di “crimini contro l’umanità”. Il presidente Joseph Aoun ha accusato Israele di voler colpire deliberatamente i giornalisti per impedire che ciò che accade venga documentato. Parole dure, ma che trovano eco in un contesto in cui la ripetizione di episodi simili rende sempre più difficile archiviarli come tragiche coincidenze.

Da parte sua, il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu continua a respingere ogni accusa, ribadendo che le operazioni sono dirette esclusivamente contro obiettivi militari. Tuttavia, la distanza tra questa versione e i fatti riportati da testimoni, soccorritori e organizzazioni indipendenti appare sempre più ampia.

Il contesto è quello di un’escalation tra Israele e Hezbollah nel sud del Libano, ma il punto non è solo militare. È politico. È informativo. Quando i giornalisti diventano vittime ricorrenti, il sospetto che non si tratti più soltanto di “danni collaterali” diventa inevitabile.

Organizzazioni come il Committee to Protect Journalists chiedono indagini indipendenti e parlano di un modello che si ripete. La direttrice regionale Sara Qudah ha denunciato non solo l’attacco, ma anche l’ostruzione ai soccorsi. Un quadro che, se verificato, aggraverebbe ulteriormente la responsabilità politica e militare.

Quanto accaduto in Libano richiama inevitabilmente ciò che è avvenuto nella Striscia di Gaza. Anche lì, numerosi giornalisti sono stati uccisi mentre documentavano bombardamenti e distruzioni. Anche lì, Israele ha parlato di operazioni legittime contro obiettivi militari. Ma il risultato concreto è stato, troppo spesso, il silenzio, meno immagini, meno testimonianze, meno possibilità per l’opinione pubblica internazionale di comprendere la portata delle operazioni.

In questo senso, il controllo dell’informazione diventa parte integrante della strategia di guerra. Eliminare o intimidire chi racconta significa ridurre la trasparenza, limitare il giudizio esterno, attenuare la pressione internazionale. Non è solo una questione di sicurezza, è una questione di narrazione.

La morte di Amal Khalil pesa allora come un simbolo. Non solo di una guerra che colpisce i civili, ma di un conflitto in cui anche la verità diventa una vittima. E la responsabilità politica di chi guida queste operazioni, a partire dal governo Netanyahu, non può essere elusa con dichiarazioni di circostanza.

Senza giornalisti, la guerra diventa invisibile. E quando una guerra è invisibile, diventa anche più facile da continuare.