Gli USA serrano la morsa sul petrolio, l’Italia rischia il conto

Washington ferma le deroghe sul petrolio russo e iraniano già in mare: una stretta pensata per colpire Mosca e Teheran, ma che può pesare su carburanti, trasporti, imprese e famiglie italiane

C’è un momento, nelle crisi internazionali, in cui anche una deroga tecnica smette di essere una nota amministrativa e diventa un messaggio politico. È quello che sta accadendo sul petrolio russo e iraniano. Gli Stati Uniti non intendono prorogare l’esenzione dalle sanzioni che aveva consentito ad alcuni Paesi di acquistare petrolio e prodotti petroliferi russi e iraniani già caricati sulle navi, già usciti dai porti, già entrati in quel limbo geopolitico che è il mare.

A dirlo è stato il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, in un’intervista all’Associated Press. Bessent ha spiegato che Washington non prevede di rinnovare la deroga per il petrolio russo “attualmente in mare” e che, per l’Iran, una nuova eccezione è “totalmente fuori discussione”. “Non per gli iraniani”, ha detto all’AP, aggiungendo che, a causa del blocco, “non esce petrolio” da Teheran. Secondo il segretario al Tesoro, l’Iran potrebbe essere costretto nei prossimi giorni a ridurre la produzione, con effetti pesanti sugli stessi pozzi petroliferi.

Il punto è apparentemente tecnico, ma politicamente enorme. Non si parla di una riapertura del commercio petrolifero con Mosca o Teheran, ma di cargo già caricati, petroliere già partite, forniture già entrate nella catena globale dell’energia. Il petrolio non è più nei porti russi o iraniani, ma non è ancora arrivato a destinazione: è una miccia economica in mezzo a un mondo già attraversato da guerre, sanzioni, rotte a rischio e mercati nervosi.

Bessent ha riconosciuto che la precedente deroga per il petrolio russo era stata concessa dopo le richieste di “più di dieci” Paesi vulnerabili e poveri, presentate durante gli incontri della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. “È stato fatto per quei Paesi vulnerabili e poveri”, ha spiegato ad AP, ma poi ha chiuso la porta: “Non riesco a immaginare che ci sarà un’altra proroga”. Secondo lui, infatti, il petrolio russo già in mare sarebbe stato ormai in gran parte assorbito dal mercato.

La deroga americana sulla Russia resta quindi valida fino al 16 maggio 2026, ma dentro confini molto stretti. L’OFAC, l’ufficio per il controllo dei beni stranieri del Dipartimento del Tesoro statunitense, ha pubblicato, lo scorso 17 aprile, la General License 134B, che autorizza consegna e vendita di greggio e prodotti petroliferi di origine russa caricati su navi entro quella data: non è una sanatoria generale, ma una finestra temporanea per accompagnare a destinazione cargo già partiti.

Lo stesso quadro è stato ricostruito da Reuters, ricordando che la misura sostituiva una precedente licenza di trenta giorni scaduta l’11 aprile ed escludeva le transazioni con Iran, Cuba e Corea del Nord. Secondo l’agenzia, la scelta rientrava nel tentativo americano di controllare i prezzi globali dell’energia, saliti nel pieno della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e delle tensioni sullo Stretto di Hormuz.

La contraddizione è tutta qui: Washington vuole chiudere l’ossigeno finanziario a Mosca e Teheran, ma senza provocare un terremoto energetico globale. Vuole sanzionare, ma non incendiare i mercati. Vuole colpire due economie ostili, ma non far pagare il prezzo più alto ai Paesi poveri, alle economie vulnerabili e, indirettamente, ai consumatori occidentali.

Sul fronte europeo, il commissario UE al Commercio e alla Sicurezza economica Maroš Šefčovič ha riferito ai media di aver sollevato con Bessent le preoccupazioni europee sull’allentamento americano delle sanzioni al petrolio russo. Šefčovič ha spiegato di aver compreso dagli interlocutori statunitensi che quella misura “non sarà ripetuta in futuro” e che era stata giustificata dalla situazione “estremamente difficile” di alcuni Paesi a basso reddito dipendenti dalle importazioni petrolifere.

È una rassicurazione importante, ma non risolve il problema, perché il petrolio, più di altre materie prime, ha una caratteristica crudele: anche quando non lo compri direttamente dal Paese sanzionato, ne subisci comunque il prezzo globale. Una petroliera russa bloccata, un cargo iraniano fermo, una rotta assicurativa più rischiosa, una raffineria asiatica sotto sanzione o uno Stretto di Hormuz minacciato non restano eventi lontani. Prima o poi entrano nel prezzo dei carburanti, nel costo dei trasporti, nei margini delle imprese, nella vita quotidiana delle famiglie.

Ed è qui che la notizia americana diventa anche una notizia italiana.

Per l’Europa, la dipendenza diretta dal petrolio russo si è ridotta drasticamente rispetto al 2022. Secondo Eurostat, nel 2025 i principali fornitori di oli petroliferi dell’Unione europea sono stati Stati Uniti, Norvegia e Kazakistan, rispettivamente con il 15,1%, il 14,4% e il 12,7% delle importazioni. La Russia non è più il perno del sistema petrolifero europeo come lo era prima dell’invasione dell’Ucraina.

Anche la Commissione europea, nella pagina dedicata al piano REPowerEU e all’uscita dalle importazioni energetiche russe, ha indicato l’intenzione di presentare una proposta legislativa per vietare le importazioni di petrolio russo “il prima possibile” e comunque non oltre il 2027. Bruxelles, dunque, ha scelto la direzione: ridurre fino a chiudere ogni canale residuo di dipendenza energetica da Mosca.

Ma la sicurezza energetica non si misura solo nella riduzione delle importazioni da un Paese percepito come ostile. Si misura nella capacità di resistere agli shock quando quel Paese viene escluso, quando un’altra crisi esplode, quando una rotta viene bloccata, quando il prezzo internazionale sale. E da questo punto di vista l’Italia è particolarmente esposta, non tanto perché dipenda direttamente dal petrolio russo o iraniano, ma perché vive al centro di un Mediterraneo diventato il crocevia fragile dell’energia globale.

Il nostro Paese è una piattaforma naturale di mare, porti, raffinerie, logistica e importazioni. Ogni tensione nel Golfo Persico, nel Mar Rosso, nel Mediterraneo orientale, in Nord Africa o lungo le rotte verso Suez arriva prima o poi sulle coste italiane. Non sempre arriva come emergenza visibile, più spesso arriva come aumento del gasolio, rincaro del jet fuel, pressione sui trasporti, costo assicurativo più alto, margine industriale più stretto.

Lo ha scritto chiaramente UNEM, l’Unione Energie per la Mobilità, in una nota del 3 marzo scorso dedicata agli effetti della crisi iraniana sui prezzi del greggio e dei prodotti raffinati: l’impennata del gasolio e del jet fuel è legata alla pressione sulle forniture provenienti dall’area del Golfo Persico. UNEM sottolinea che, negli ultimi anni, sia l’Italia sia altri Paesi europei hanno aumentato gli arrivi dalle raffinerie affacciate sul Golfo, forniture che devono necessariamente passare attraverso lo Stretto di Hormuz.

Il dato più significativo riguarda proprio noi: secondo UNEM, il 57% del gasolio importato dall’Italia, pari a circa 3 milioni di tonnellate, e il 20% del jet fuel, pari a circa 500mila tonnellate, transitano da Hormuz. Per il greggio la quota è più bassa, il 6%, anche perché una parte del petrolio saudita può aggirare lo Stretto attraverso l’oleodotto East-West. Ma per i prodotti raffinati, quelli che incidono direttamente su mobilità, autotrasporto, aviazione, logistica e vita quotidiana, il nodo Hormuz è tutt’altro che marginale.

In altre parole, l’Italia non deve temere domani mattina la mancanza immediata di petrolio russo o iraniano, deve semmai temere qualcosa di più subdolo: l’effetto domino. Una stretta sulle deroghe americane può ridurre i margini di manovra di Mosca e Teheran, ma può anche rendere più nervoso un mercato già sotto stress. E quando il mercato si innervosisce, il primo contraccolpo passa spesso dai carburanti.

Due giorni fa, UNEM ha pubblicato un nuovo comunicato sui consumi petroliferi di marzo, segnalando che le vendite dei prodotti petroliferi si sono attestate a poco più di 4 milioni di tonnellate, in linea con lo stesso mese del 2025. La benzina ha registrato un aumento del 9,5%, il GPL autotrazione del 7,2%, il bunker del 29,5%, mentre il jet fuel (carburante per aerei) è rimasto sostanzialmente stabile. Ma nella stessa nota UNEM ha scritto che sui prezzi di benzina e gasolio si è ribaltata solo una parte degli incrementi delle quotazioni internazionali provocati dalla crisi di Hormuz.

In sintesi, la tensione internazionale non resta nei palazzi della diplomazia: scende lungo le rotte marittime, attraversa le raffinerie, passa dai contratti di fornitura e arriva, almeno in parte, alla pompa di benzina. La riduzione delle accise su benzina e gasolio, ricorda ancora UNEM, ha contribuito a contenere l’impatto dell’aumento dei prezzi e ha persino incoraggiato vendite “transfrontaliere” nelle zone di confine. Ma un contenimento non è una soluzione strutturale: è una diga provvisoria davanti a una marea più grande.

Per le famiglie italiane, tutto questo può tradursi in carburanti più instabili. Per le imprese, in trasporti più costosi. Per l’agricoltura, in maggiori costi di produzione e distribuzione. Per l’autotrasporto, in margini più compressi. Per il turismo e l’aviazione, in pressioni sul jet fuel. Per l’industria, in una nuova variabile di incertezza dentro bilanci già appesantiti da anni di shock energetici.

Il rischio non è solo pagare di più il pieno. È vedere l’energia tornare a contaminare l’intera catena dei prezzi: dalla logistica alimentare ai biglietti aerei, dai prodotti industriali alle consegne, dal trasporto pubblico locale ai costi delle merci. Il petrolio entra nella vita quotidiana senza fare rumore. Non serve che manchi: basta che diventi più caro, più incerto, più rischioso da trasportare.

C’è poi un secondo livello, più politico. La decisione americana costringe l’Europa a essere coerente con la linea scelta dopo l’invasione russa dell’Ucraina: ridurre la dipendenza da Mosca, chiudere gli spazi di elusione, impedire che il petrolio continui a finanziare la macchina bellica russa. Ma la coerenza ha un prezzo. E quel prezzo, se non viene gestito con una strategia europea solida, rischia di scaricarsi su cittadini e imprese.

Per Kiev, ogni deroga concessa a Mosca è dolorosa. L’Ucraina vede nel petrolio russo non una merce qualunque, ma il carburante economico dell’aggressione. Per questo Vladimir Zelenskij e la diplomazia ucraina si sono opposti agli allentamenti, denunciando il ruolo della cosiddetta “flotta ombra”, quell’insieme di petroliere, società di copertura e rotte opache che permette alla Russia di continuare a vendere greggio aggirando le restrizioni.

Da Mosca, invece, la narrazione è opposta. Il Cremlino prova a trasformare ogni deroga in una prova della propria indispensabilità. Il messaggio è semplice: potete sanzionarci, ma non potete ignorare i nostri volumi energetici. È una leva politica oltre che economica. La Russia non vende solo petrolio: vende l’idea della propria irrinunciabilità.

Sul dossier iraniano, la stretta americana è ancora più netta. Washington vuole colpire non solo il produttore, ma l’intero ecosistema dell’elusione: raffinerie, compagnie di navigazione, intermediari, società di comodo, assicurazioni, documenti commerciali, rotte opache. È la guerra invisibile delle sanzioni che non si combatte con carri armati o missili, ma con licenze, blocchi, registri navali, blacklist e controlli finanziari.

Per l’Italia e l’Europa, però, il problema resta sempre lo stesso: come colpire le rendite energetiche di Russia e Iran senza trasformare la stretta in un nuovo shock per il mercato globale? La risposta dipenderà dalla capacità americana di far rispettare le sanzioni, dalla disponibilità dei Paesi terzi a non aggirarle, dall’evoluzione della crisi in Medio Oriente e dalla velocità con cui l’Europa saprà rafforzare le proprie alternative.

Perché dire “meno Russia” non basta. Servono fornitori diversificati, scorte adeguate, infrastrutture portuali e raffinerie competitive, accordi energetici affidabili, rinnovabili, efficienza, capacità industriale e autonomia strategica. Altrimenti si rischia di passare da una dipendenza a un’altra: ieri il Cremlino, oggi il Golfo Persico, domani una rotta marittima bloccata, dopodomani una raffineria asiatica sotto sanzione.

La fine delle deroghe americane non è quindi soltanto una questione tra Washington, Mosca e Teheran. È anche una questione italiana: la sicurezza energetica non si misura solo da dove compriamo il petrolio, ma da quanto siamo vulnerabili quando il mercato globale viene scosso da guerre, embarghi, blocchi navali e sanzioni.

La frase chiave resta quella di Bessent: non ci sarà un’altra proroga. Almeno questa è oggi la linea politica americana. La deroga russa sopravvive fino al 16 maggio come residuo di una fase emergenziale; quella iraniana sembra già archiviata. Il messaggio a Mosca e Teheran è chiaro: il petrolio non deve più essere una scialuppa finanziaria. Il messaggio ai mercati, però, è più complesso: gli Stati Uniti vogliono stringere la morsa senza provocare un terremoto energetico globale.

Per noi italiani ed europei, questa decisione implica una cosa semplice e durissima: la sicurezza energetica non è più un capitolo tecnico, ma una questione geopolitica quotidiana. Non basta più chiedersi quanto costa un barile, bisogna chiedersi da dove arriva, chi lo trasporta, chi lo assicura, chi lo raffina, quale regime finanzia, quale guerra alimenta, quale rotta attraversa e quale vulnerabilità porta con sé.

La fine delle deroghe per l’Europa rappresenta un banco di prova. Ogni stretta sulle fonti ostili deve essere accompagnata da una strategia credibile di protezione dei cittadini e delle imprese. Per l’Italia, il rischio non è la mancanza immediata di petrolio russo o iraniano bensì il rincaro indiretto: carburanti più instabili, trasporti più costosi, filiere più nervose, inflazione energetica pronta a riaffacciarsi, imprese più esposte e famiglie costrette ancora una volta a pagare il prezzo di una crisi nata altrove.

La vera sfida europea sarà trasformare la fine delle deroghe non in un nuovo shock, ma in un’accelerazione verso una sicurezza energetica più autonoma. Il punto non è dipendere meno dalla Russia ma dipendere meno dal ricatto del petrolio, in generale: questa è la battaglia più grande. L’UE è in grado di sostenerla?

E così: non vi è mai neutralità. Una petroliera in mezzo al mare può sembrare lontana dalle nostre città, dalle nostre case, dalle nostre imprese, ma basta che cambi rotta, che venga bloccata, che perda assicurazione o che finisca dentro una sanzione, e il suo peso arriva fino alla pompa di benzina, al costo di un trasporto, al bilancio di una famiglia.

La stagione delle deroghe forse è finita. Per l’Europa, però, se ne apre un’altra: quella in cui non potrà più permettersi di confondere la diversificazione con la sicurezza, né la fine di una dipendenza con la conquista dell’autonomia.