La condanna a 15 anni di carcere inflitta a due uomini responsabili dell’aggressione e della rapina ai danni di due giovani gay è stata accolta come un segnale di speranza per la comunità LGBTQ+ in Kenya.
Il 3 marzo il tribunale di Milimani, a Nairobi, ha riconosciuto colpevoli Abel Meli e un altro imputato per il reato di rapina con violenza. Per i difensori dei diritti civili si tratta di una decisione rara in un Paese dove le persone queer spesso non ottengono giustizia.
Secondo attivisti e organizzazioni locali, la sentenza rappresenta un precedente importante in un contesto segnato da discriminazioni diffuse e da un sistema legale che continua a criminalizzare l’omosessualità.
Il contesto legale e sociale in Kenya
Il Kenya è uno dei 31 Paesi africani in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso sono ancora considerati un reato. La legislazione vigente prevede pene fino a 14 anni di carcere per chi viene condannato per relazioni omosessuali.
Questa situazione contribuisce a creare un clima di forte stigmatizzazione sociale. Molte persone LGBTQ+ preferiscono non dichiarare il proprio orientamento sessuale per paura di discriminazioni, violenze o ripercussioni familiari.
Negli ultimi anni la situazione è ulteriormente peggiorata a causa di diversi fattori: il deterioramento del quadro legislativo sui diritti delle minoranze sessuali nella regione, la riduzione dei finanziamenti alle organizzazioni che difendono i diritti LGBTQ+ e un più ampio contraccolpo globale contro tali diritti.
L’aumento dei ricatti e delle aggressioni
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano un aumento significativo dei casi di ricatto e di estorsione contro uomini gay, spesso accompagnati da violenze fisiche.
L’organizzazione comunitaria Ishtar, che tutela gli uomini che hanno rapporti con altri uomini, ha registrato nel 2025 almeno 226 episodi di ricatto ed estorsione. Nei primi due mesi del 2026 i casi segnalati sono già stati 61.
Questi attacchi si basano spesso sulla minaccia di rivelare l’orientamento sessuale delle vittime alle loro famiglie o alle autorità, sfruttando proprio la criminalizzazione dell’omosessualità per costringerle a pagare.
Il disegno di legge che preoccupa gli attivisti
Ad alimentare le tensioni è anche il dibattito politico. Nel 2023 il parlamentare keniota Peter Kaluma ha presentato il cosiddetto “Family Protection Bill”, una proposta di legge che prevede pene ancora più severe per le relazioni omosessuali.
Il provvedimento punta anche a introdurre restrizioni all’educazione inclusiva LGBTQ+ e limitazioni alla libertà di espressione su questi temi.
Secondo gli attivisti, il solo dibattito su questa proposta ha contribuito a rafforzare l’ostilità nei confronti delle persone queer e ad aumentare il clima di paura.
L’aggressione organizzata dopo un incontro online
La vicenda che ha portato alla condanna dei due aggressori risale all’aprile 2023. Eric Anyango e il suo amico Joe Ochieng, entrambi poco più che ventenni, avevano incontrato un uomo con cui avevano iniziato a parlare su Facebook.
Dopo essere arrivati a casa dell’uomo, altri tre individui hanno fatto irruzione nell’abitazione. Per circa quattro ore i due giovani sono stati picchiati, presi a calci e insultati.
Gli aggressori hanno confiscato telefoni, portafogli e vestiti e li hanno costretti a chiamare amici e parenti per chiedere denaro da trasferire online. In caso di rifiuto, li avrebbero denunciati alle loro famiglie — che non conoscevano il loro orientamento sessuale — e minacciavano persino di ucciderli.
Sotto minaccia di un coltello, le vittime sono state costrette a trasferire circa 100.000 scellini kenioti, equivalenti a poco più di 500 sterline, prima di essere finalmente liberate.
Le difficoltà nel denunciare le violenze
Una volta tornati a casa, i due giovani hanno raccontato l’accaduto a un amico, che li ha messi in contatto con l’organizzazione Ishtar. Un assistente legale del gruppo li ha accompagnati alla stazione di polizia per presentare denuncia, portando successivamente all’arresto di due aggressori.
Secondo attivisti e avvocati, però, molti episodi simili non vengono denunciati. Le vittime temono infatti di autoincriminarsi, poiché raccontare l’accaduto spesso significa ammettere di aver incontrato altri uomini con l’intenzione di avere una relazione.
Questa situazione, unita a diffusi atteggiamenti omofobi all’interno delle istituzioni e della società, consente a gruppi criminali organizzati di agire quasi impunemente.
Il ruolo delle bande criminali
Secondo gli attivisti, i due condannati facevano parte di una rete più ampia che prendeva di mira uomini queer attraverso trappole online e ricatti. Alcune di queste organizzazioni, sostengono le associazioni locali, opererebbero con il coinvolgimento di membri delle forze dell’ordine.
La polizia nazionale ha dichiarato di non aver ricevuto segnalazioni ufficiali sul coinvolgimento di agenti, ma ha affermato che eventuali accuse verrebbero investigate qualora emergessero prove concrete.
Le conseguenze per le vittime
Nonostante la condanna, le conseguenze dell’aggressione continuano a pesare sulle due vittime. Entrambi raccontano di aver subito traumi fisici ed emotivi e di avere difficoltà a fidarsi delle persone.
“Ho perso tutto quello che stavo costruendo per una vita migliore in un solo giorno”, ha raccontato uno dei due giovani.
Nonostante questo, il loro messaggio è chiaro: denunciare resta fondamentale. Secondo loro, anche in un contesto difficile è possibile ottenere giustizia e impedire che altre persone subiscano lo stesso tipo di violenza.
