Giudici sotto accusa, democrazia sotto pressione

La delegittimazione della magistratura come strategia politica nei sistemi sovranisti

Giorgia Meloni - Donald Trump

Negli ultimi anni si sta consolidando, in più democrazie occidentali, un tratto comune dei governi sovranisti, l’intolleranza verso ogni forma di controllo che limiti l’azione del potere politico. La magistratura, per sua natura chiamata a esercitare questo controllo, diventa così un bersaglio privilegiato. Accade negli Stati Uniti come in Italia, in contesti diversi ma con una logica sorprendentemente simile.

Negli Stati Uniti, la bocciatura dei dazi imposti da Donald Trump da parte della Corte Suprema è stata letta da una parte del fronte sovranista come un’“intromissione” indebita. Non come l’esercizio legittimo di un potere di garanzia, ma come un ostacolo politico. È un rovesciamento pericoloso, ciò che dovrebbe essere percepito come un equilibrio tra poteri viene narrato come una minaccia alla sovranità dell’esecutivo.

In Italia lo schema si ripete. La magistratura interviene su questioni delicate come l’immigrazione, applicando leggi e Costituzione, e la risposta del governo è spesso un attacco frontale ai giudici. Un attacco che, negli ultimi mesi, ha raggiunto un livello tale da rendere necessario l’intervento del Presidente della Repubblica, tornato a presiedere il Consiglio Superiore della Magistratura dopo undici anni. Un fatto tutt’altro che ordinario, che segnala la gravità dello scontro istituzionale in atto.

Il dato più preoccupante non è la critica in sé, legittima in una democrazia, ma il tentativo sistematico di delegittimare il potere giudiziario come tale. Quando i giudici vengono descritti come un corpo ostile, politicizzato o nemico della volontà popolare, si prepara il terreno per una trasformazione più profonda dell’assetto democratico.

Questo scontro si acuisce mentre si avvicina il voto sul referendum sulla giustizia, che mira a modificare l’equilibrio costituzionale introducendo un nuovo Consiglio Superiore della Magistratura con la presenza di membri politici sorteggiati e indicati dai partiti. L’obiettivo dichiarato è l’efficienza; quello implicito appare invece il controllo. Ridurre l’autonomia della magistratura significa renderla più vulnerabile alle pressioni del potere politico, oggi e domani, indipendentemente da chi governerà.

La separazione e l’equilibrio dei poteri non sono orpelli teorici né privilegi corporativi. Sono il cuore stesso della democrazia costituzionale. Senza una magistratura indipendente, capace di giudicare anche l’operato della politica, il principio di legalità si svuota e la tutela dei diritti diventa fragile, selettiva, condizionata.

Chi governa dovrebbe considerare la magistratura non come un intralcio, ma come una garanzia, per i cittadini, per le istituzioni e, in ultima analisi, per la stessa credibilità dello Stato. Indebolirla significa indebolire la democrazia. E una democrazia senza contrappesi, senza controlli, senza giudici liberi, rischia di restare tale solo nel nome.

Difendere l’indipendenza della magistratura non è un atto ideologico. È un dovere civico. È la linea di confine che separa una democrazia imperfetta ma viva da un potere che non tollera di essere disturbato.