Altro che consultazione “tecnica” o neutrale. Il referendum sulla riforma della giustizia ha ormai superato da tempo il perimetro giuridico per entrare pienamente in quello politico. I dati più recenti dei sondaggi, con il No oggi in vantaggio sul Sì, certificano una realtà che a Palazzo Chigi conoscono bene, la partita non si gioca più sul merito dei quesiti, ma sul giudizio complessivo sul governo.
La riforma della giustizia ha scoperchiato un conflitto mai risolto tra politica e magistratura, ma soprattutto ha trasformato la campagna referendaria in una sorta di campagna elettorale anticipata. Toghe, associazioni di categoria, partiti e leader si muovono come se fossero già in piena competizione politica. In questo contesto, sostenere che il referendum non abbia un valore politico appare sempre più un esercizio retorico.
Il punto di svolta è evidente, la presidente del Consiglio ha scelto di entrare direttamente nel confronto, dopo una lunga fase in cui aveva privilegiato il profilo internazionale. La decisione arriva in un momento delicato, segnato da tensioni nel centrodestra e da segnali non incoraggianti che arrivano dai sondaggi. Il recupero del fronte del No, soprattutto in caso di bassa affluenza, ha reso impossibile restare alla finestra.
Eppure, la strategia di Fratelli d’Italia resta un equilibrio precario. Da un lato c’è la necessità di mobilitare l’elettorato per portarlo alle urne e spingerlo a votare Sì. Dall’altro, il timore di trasformare il referendum in un plebiscito pro o contro il governo, con il rischio di replicare l’“effetto Renzi”, un voto iper-personalizzato che finisce per travolgere chi governa.
È una contraddizione difficile da sciogliere. Perché il dato politico è ormai sotto gli occhi di tutti, una sconfitta referendaria avrebbe un peso simbolico rilevante, anche senza tradursi in una crisi di governo. Sarebbe letta come un segnale di debolezza, un campanello d’allarme in vista delle elezioni politiche del 2027.
I numeri, per ora, non aiutano il fronte del Sì. Il No è avanti, e la rimonta appare legata a un fattore decisivo, l’affluenza. L’unica vera possibilità di ribaltare l’esito è portare più persone a votare. Ma è proprio qui che si concentra la difficoltà maggiore. Il quesito referendario è complesso, tecnico, lontano dalla quotidianità di molti elettori. Spiegare in modo semplice gli effetti concreti della riforma richiede tempo, presenza sul territorio e una capacità di comunicazione che non sempre la politica dimostra di avere.
Inoltre, la consultazione si sta progressivamente trasformando in un voto di fiducia sul governo Meloni. Un Sì viene percepito come un sostegno all’esecutivo, un No come una bocciatura politica. In questo senso, il referendum assomiglia sempre più a delle elezioni di medio termine all’italiana, un test sulla tenuta del consenso a quasi fine legislatura.
Questa dinamica favorisce chi punta sull’astensione o sulla protesta. In un contesto di partecipazione incerta, il No parte avvantaggiato. Mobilitare l’elettorato del centrodestra, soprattutto in alcune aree del Paese, si rivela un compito tutt’altro che semplice.
Il tempo stringe e la “fase due” della campagna, annunciata dai sostenitori del Sì, dovrà fare i conti con una realtà ormai consolidata, il referendum non è più solo sulla giustizia. È diventato un giudizio politico sul governo. E vincerlo, senza trasformarlo apertamente in una sfida elettorale, rischia di essere la scommessa più difficile di tutta la legislatura.
