Isolare il potere, non il popolo

La diaspora cubana avverte Washington: il cambiamento non può passare attraverso la sofferenza del popolo

Cuba - Stati Uniti

La crisi tra Stati Uniti e Cuba si è intensificata nelle ultime settimane, con l’amministrazione del presidente Donald Trump che ha alzato la posta delle pressioni su L’Avana dopo la cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Su questo fronte, un nodo politico particolarmente delicato riguarda la differenza tra pressione sul regime e sofferenza per la popolazione cubana. Per l’opposizione cubana in esilio, da Miami a altre comunità della diaspora, la sfida principale non è semplicemente far cadere il governo comunista, ma farlo in modo che gli effetti sulla popolazione siano contenuti.

La stretta energetica come leva politica

Dall’altra parte, Washington ha deciso di perseguire una strategia di taglio quasi totale delle forniture di petrolio a Cuba, in seguito al blocco delle consegne venezuelane dopo l’operazione che ha portato alla cattura di Maduro. La minaccia di sanzioni e tariffe su altri fornitori di greggio e l’inasprimento dell’embargo energetico sono percepiti come strumenti per costringere il governo di Miguel Díaz-Canel a cambiare rotta politica.

Gli effetti collaterali sulle vite quotidiane

Questa pressione ha già effetti tangibili, carenza di carburante, interruzioni elettriche estese, trasporti ridotti ai minimi termini e difficoltà nel garantire servizi fondamentali come sanità e approvvigionamenti alimentari. A fronte di ciò, gli Stati Uniti, pur aumentando l’assistenza umanitaria, sono accusati da critici e da parte dell’opinione internazionale di scatenare una forma di “guerra economica” i cui effetti ricadono prima di tutto sui cittadini cubani più vulnerabili.

La voce dell’esilio: isolare il regime, non il popolo

In questo contesto, gli esuli cubani, in particolare le organizzazioni della diaspora anti-castro, insistono su un punto chiave: isolare il regime senza soffocare il popolo. Figure come Carlos Payá del Movimento Cristiano di Liberazione sottolineano che una strategia puramente coercitiva rischia di provocare crisi umanitarie tali da far pagare il prezzo più alto alle classi medie e basse dell’isola. Per loro, la “quadratura del cerchio” consiste nel combinare pressione politica e diplomatica con uno sforzo concreto di protezione umanitaria, economica e sociale per la popolazione.

Perché il modello Venezuela non è esportabile

Un altro rischio da evitare, secondo l’esilio, è che la crisi cubana venga trattata come una mera estensione del modello venezuelano, ovvero, un uso della pressione esterna per raggiungere un cambio di regime radicale e rapido, senza che i cubani stessi siano protagonisti del proprio futuro politico. Questo modello ha lasciato profonde ferite nel caso venezuelano e, dicono, difficilmente sarebbe sostenibile nell’isola caraibica. Per molti, l’efficacia della politica statunitense non può essere misurata solo in termini di rovesciamento del governo, ma nella sua capacità di favorire un processo interno di riforme politiche e sociali sostenibili e guidate dai cubani.

Dialogo possibile, ma senza imposizioni

Sul fronte diplomatico, L’Avana ha ribadito in più sedi la propria disponibilità al dialogo, ma solo “senza pressioni o imposizioni”. Un punto di vista che riflette la percezione cubana di una politica estera che troppo spesso viene vista come un ultimatum piuttosto che come un vero negoziato.

Se c’è un elemento che attraversa questa crisi è la consapevolezza che le scelte di politica estera degli Stati Uniti non possono prescindere dalle conseguenze materiali sulla vita quotidiana degli 11 milioni di cubani. Isolare un regime ritenuto autoritario può avere senso in una strategia geopolitica, ma farlo senza un piano serio per mitigare le sofferenze umane e sociali rischia di delegittimare lo sforzo stesso, sia a livello internazionale sia all’interno della diaspora. La vera sfida, per Washington come per l’opposizione cubana, resta trovare un percorso che spinga verso un’esitazione costruttiva della crisi, anziché verso una escalation di rotture e penurie.