Tommy Robinson, CasaPound, Vannacci: la Lega ha scelto il suo campo

Tre episodi ravvicinati raccontano la mutazione del Carroccio: la radicalizzazione non è più un incidente, ma una traiettoria

Tommy Robinson - Matteo Salvini

La Lega attraversa una fase che non può più essere letta come semplice “rumore” di contorno o folclore identitario. Negli ultimi giorni si sono sovrapposti almeno tre episodi, apparentemente distinti, in realtà convergenti, che raccontano una trasformazione ormai visibile, il partito di Matteo Salvini tende sempre più a normalizzare l’estrema destra, anche quando assume tratti apertamente neofascisti. E, soprattutto, mostra crepe interne che non riguardano solo i rapporti personali, ma la natura stessa della sua traiettoria politica.

Il primo episodio è la foto opportunity tra Salvini e Tommy Robinson, figura della galassia dell’estrema destra britannica, più volte associata a movimenti islamofobi e xenofobi, e con un passato giudiziario pesante. Salvini ha liquidato l’incontro come un innocuo “scambio di idee”. Ma è proprio qui il punto, non è più un problema di linguaggio, bensì di legittimazione. Nel momento in cui un vicepremier di un Paese dell’Unione Europea offre visibilità istituzionale a un personaggio del genere, non compie una bizzarria da social, bensì un atto politico. E manda un messaggio chiaro, il confine con l’estrema destra radicale è negoziabile.

Il secondo episodio si consuma invece dentro la Camera dei Deputati. Un deputato leghista, Domenico Furgiuele, organizza un convegno-conferenza stampa sulla cosiddetta “remigrazione”, concetto che nei fatti implica l’espulsione sistematica di persone di origine straniera, indipendentemente da diritti acquisiti, radicamento sociale, cittadinanza. A presentare e sostenere questa proposta vengono invitati movimenti apertamente neofascisti, CasaPound, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads, Brescia ai Bresciani. Non si tratta di una semplice vicinanza culturale, è una saldatura politica in un luogo simbolico della democrazia rappresentativa.

Il terzo episodio riguarda Roberto Vannacci. Da tempo il generale prestato alla politica agisce come un corpo estraneo e insieme perfettamente coerente con la radicalizzazione del Carroccio. Ora però si passa di livello, la presentazione di un nuovo logo, di un nuovo movimento e di un’identità grafica chiaramente ispirata all’immaginario del Ventennio, non è più una provocazione individuale, ma una potenziale scissione organizzata. Vannacci rivendica la “remigrazione” come suo tema e parla apertamente di percentuali elettorali: “voglio il 20%”. È un messaggio diretto a Salvini e alla base, se la Lega non è abbastanza radicale, qualcuno è pronto a rappresentare “meglio” quel segmento.

A questo punto emergono le crepe. I leghisti del Nord parlano di Vannacci come “anomalia”; Attilio Fontana descrive come “anomalo” l’attivismo fuori dal partito, la creazione di circoli, il deposito di un simbolo. Salvini minimizza: “chiariremo, ma non c’è problema”, e ribadisce che “c’è spazio per sensibilità diverse”.

Ma qui non si tratta più di sensibilità, si tratta di identità politica. Un partito che accetta, tollera o perfino valorizza figure e pratiche riconducibili al neofascismo non può poi stupirsi se al suo interno si aprono faglie. Quando l’estremismo viene sdoganato come risorsa, diventa inevitabilmente una competizione a chi spinge più in là il limite.

La Lega, oggi, sembra prigioniera di una deriva che non è più episodica ma strutturale. E il dato più inquietante non è che l’estrema destra bussi alla porta, è che la porta appare ormai spalancata.