L’attacco è partito dal tycoon contro Europa e Nato sull’impegno nella guerra in Afghanistan. Il presidente degli Stati Uniti, in un’intervista a Fox News ha dichiarato: “Non sono sicuro che, se ne avessimo bisogno, la Nato aiuterebbe gli Stati Uniti. Noi saremmo lì per loro, ma non so se loro ci sarebbero per noi. Noi non abbiamo mai avuto bisogno di loro, non gli abbiamo mai chiesto nulla. Loro dicono di aver mandato un po’ di truppe in Afghanistan, ed è vero. Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte”.
L’indignazione è stata unanime: dal Principe d’Inghilterra Harry al premier britannico Starmer a quello polacco Tusk per arrivare alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e ai ministri Crosetto e Tajani. Ciò che si è chiesto è il rispetto l’impegno di chi è stato sul fronte e per chi è caduto in Afghanistan, 26 Croci d’Onore, 4 Medaglie d’Oro e 3 d’Argento al Valor Militare.
Chiediamo un commento sul punto al Generale di C.A Giorgio Battisti, che ha ricoperto diversi incarichi allo Stato Maggiore dell’Esercito, comandato il Corpo d’Armata Italiano di Reazione Rapida della NATO, partecipato alle operazioni in Somalia (1993), in Bosnia (1997) e in Afghanistan per quattro turni, tra il 2001 e il 2016,
attualmente presidente della Commissione militare del Comitato Atlantico Italiano, una struttura della NATO.
Abbiamo operato “spalla a spalla”
Le recenti affermazioni del Presidente Trump in merito alla scarsa volontà combattiva dei contingenti europei, che nei vent’anni di operazioni in Afghanistan sarebbero sempre stati “dietro la linea del fronte”, costringendo le unità statunitensi a sostenere prevalentemente l’
Cos’era l’Afghanistan per i soldati impegnati sul fronte
Innanzitutto, in Afghanistan il fronte non esisteva, come nel caso del conflitto ucraino, poiché la minaccia poteva manifestarsi con imboscate, attacchi terroristici ed esplosione di ordigni improvvisati lungo gli itinerari (i temibili IED) ovunque e in qualsiasi momento, ed anche le basi non erano sicure per il comportamento di militari afghani filo talebani che più volte hanno aperto il fuoco contro i nostri soldati, per cui tutti noi eravamo suscettibili di essere bersaglio di azioni ostili.
Cosa è stata la missione in Afghanistan
Sono stato in missione in Afghanistan per quattro turni, avviando anche la presenza italiana già nel dicembre 2001, con diversi ruoli e compiti. Posso affermare che non più di 2/3 contingenti, rispetto ai 50 presenti in quel Paese, esitavano – che io ricordi – ad avere un ruolo attivo nel ricercare e combattere l’avversario per disposizioni dei propri governi. Bollare quindi di codardia decine di migliaia di uomini e donne che quotidianamente rischiavano la vita e morivano nell’assolvere il proprio compito è oltremodo offensivo e non ritengo che rispecchi il pensiero dei Soldati statunitensi con i quali abbiamo operato “spalla a spalla” per tutti quegli anni.
Le cronache della missione riportano, ad esempio, che i militari britannici, schierati in una delle regioni più ostili, hanno sostenuto numerosi combattimenti all’arma bianca con una intensità tale che non si verificava dai tempi della Guerra di Corea (1950-1953), riportando in oltre vent’anni 457 Caduti e 4.477 feriti.
Le perdite in un qualsiasi conflitto, inoltre, sono proporzionali alla forza dei contingenti schierati ed è evidente – purtroppo – che le unità statunitensi abbiano registrato il maggior numero di Caduti, tenuto conto che gli USA, per decisione nazionale nella Global War on Terrorism, hanno sempre avuto la presenza ben più numerosa, rispetto agli altri Paesi, che in alcuni anni era di circa 100.000 uomini e donne. Le nostre Forze Armate hanno sempre operato in “prima linea” senza mai evitare una missione finalizzata all’
Posso dire che il generale statunitense Dan McNeill, che ha comandato le forze della Coalizione in Afghanistan dal 2002 al 2003 nell’ambito dell’Operazione Enduring
