Milano-Cortina e il “fattore ICE”: un errore politico annunciato

Tra smentite, imbarazzi e conferme, il governo si trova intrappolato tra diplomazia e indignazione popolare

Gregory Bovino - ICE

La notizia della presenza di agenti statunitensi legati all’ICE (Immigration and Customs Enforcement) alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 non è soltanto un dettaglio tecnico di sicurezza internazionale. È un fatto politico, simbolico e inevitabilmente incendiario, perché porta sul territorio italiano un marchio ormai compromesso agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, quello di un’agenzia percepita come strumento di repressione, violenza e intimidazione.

Non solo sicurezza: un fatto politico

Da giorni circolavano indiscrezioni su un possibile coinvolgimento dell’ICE nella sicurezza dei Giochi. Prima le smentite, poi il tentativo di minimizzare, infine la conferma ufficiale da parte americana, sarà la componente investigativa dell’ICE, Homeland Security Investigations (HSI), a supportare il Diplomatic Security Service del Dipartimento di Stato e la nazione ospitante nell’attività di verifica e mitigazione dei rischi provenienti da organizzazioni criminali transnazionali. La formula è prudente, l’Italia mantiene la piena autorità sulle operazioni, e l’ICE, è stato precisato, non condurrà “controlli d’immigrazione” fuori dai confini statunitensi.

Eppure non basta.

Il problema non è cosa faranno, ma cosa rappresentano

Il problema non è soltanto cosa faranno, ma cosa rappresentano. Nella comunicazione politica contemporanea, i simboli contano più delle procedure e la reputazione pesa più delle competenze. L’ICE non arriva in Italia come un’agenzia neutrale di sicurezza. Arriva con una nomea internazionale segnata dai raid anti-immigrazione e, soprattutto, dalla tragedia di Minneapolis, due civili morti durante operazioni legate alla repressione dell’immigrazione. Un evento che ha avuto un impatto emotivo enorme negli Stati Uniti e che ha consolidato in Europa l’immagine dell’ICE come “braccio armato” di un potere privo di equilibrio democratico.

L’indignazione italiana: una reazione prevedibile

Per questo l’indignazione italiana non è un riflesso ideologico, è una reazione prevedibile. Quando il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, afferma che l’ICE “non è il benvenuto”, non sta facendo una provocazione diplomatica; sta dando voce a un sentimento diffuso, l’idea che la tutela di un evento internazionale non possa giustificare la presenza di organismi associati a pratiche incompatibili con la cultura dei diritti. Il Parlamento europeo, tramite Alessandro Zan, ha espresso lo stesso concetto in forma più istituzionale, in Italia non si vogliono soggetti accusati di calpestare diritti umani e operare fuori da un controllo democratico percepibile.

Il governo tra necessità e opportunità

A mettere in difficoltà il governo è la contraddizione tra necessità e opportunità. Da un lato, è normale che gli Stati Uniti proteggano le proprie delegazioni, tanto più se alla cerimonia d’apertura saranno presenti figure come il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Dall’altro, è politicamente tossico concedere visibilità, anche indiretta, a un apparato che nel discorso pubblico è diventato sinonimo di brutalità.

Perché “nessuno li vuole”

E qui sta il punto, nessuno, in Italia, vuole l’ICE. Non perché l’Italia sia antiamericana, ma perché l’ICE non è “America”. È un segmento specifico della macchina securitaria statunitense che, sotto la spinta politica di Donald Trump, si è trasformato in un simbolo di paura e dominio. Portarlo alle Olimpiadi significa importare anche quella frattura, quel conflitto morale.

Un rischio d’immagine per i Giochi

Milano-Cortina dovrebbe essere una vetrina di sport, modernità e apertura. La presenza dell’ICE, anche in forma limitata e “difensiva”, rischia invece di trascinare i Giochi dentro lo scontro globale tra sicurezza e diritti. E in un Paese dove la memoria storica delle divise non è neutrale, era inevitabile che la risposta fosse: non qui, non ora, non con questo nome.