Baby trans: terapia ormonale sotto accusa per i rischi sulla salute

Dalle testimonianze dei genitori ai pareri degli specialisti: crescono i dubbi sulla rapidità dei percorsi di transizione nei giovani

ormonale baby trans

Fino all’adolescenza, la vita di questo ragazzo era scorsa senza particolari fragilità legate all’identità di genere. Nessun segnale, nessuna richiesta, nessun disagio espresso. Poi, a 15 anni, il lockdown. L’isolamento, la sofferenza emotiva e il ricorso a un supporto psicologico privato. Dopo appena tre colloqui, la diagnosi: il ragazzo “si sente trans”.

Da quel momento, racconta la madre, tutto accelera. L’invio all’ambulatorio per la varianza di genere dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, l’adozione immediata del pronome femminile da parte dei sanitari e l’invito ai genitori a fare lo stesso. Una presa d’atto rapida dell’autodichiarazione del giovane, che lascia perplessa la famiglia ma a cui decide comunque di adeguarsi.

Dalla maggiore età alla terapia ormonale

Raggiunti i 18 anni, con una certificazione di disturbi specifici dell’apprendimento, il ragazzo viene seguito dal Cidigem, il centro per adulti dell’Ospedale Molinette. In otto incontri di un’ora, spiega la madre, arriva la firma di un consenso informato giudicato “carente” e l’avvio della terapia ormonale cross-sex.

Poco dopo, una neuropsichiatra esterna al centro diagnostica una bulimia nervosa. Un quadro clinico che si complica, mentre la famiglia inizia a interrogarsi sull’appropriatezza del percorso intrapreso.

Non casi isolati, ma un disagio diffuso

Quella raccontata non è un’eccezione. Negli ultimi anni, numerosi genitori riferiscono percorsi simili: tempi rapidi, pochi colloqui, diagnosi veloci e accesso alle terapie ormonali anche in presenza di fragilità psicologiche o neurodivergenze come autismo, Adhd, disturbi dell’umore o depressione.

Non si tratta – sottolineano – di ostilità verso le persone transgender, ma del bisogno di comprendere se le procedure adottate tutelino davvero la salute fisica e mentale dei più giovani.

Le segnalazioni e le risposte delle istituzioni

Nel novembre 2025, la madre del ragazzo torinese segnala presunte gravi negligenze ai vertici sanitari delle Molinette, della Città della Salute e all’assessorato regionale. Tra i punti sollevati, l’assenza di uno psichiatra per diversi mesi, figura raccomandata anche dall’Aifa nel percorso diagnostico.

Il Cidigem respinge le accuse, affermando di avere due psichiatri in servizio, senza però chiarire da quando operino stabilmente nel centro. L’assessore alla Sanità del Piemonte, Federico Riboldi, riconosce la delicatezza del caso ma ribadisce che, trattandosi di un maggiorenne, le decisioni competono esclusivamente al paziente.

I primi effetti collaterali

Secondo la madre, il giovane oggi vive isolato, fortemente influenzato dai social e senza benefici evidenti dalla terapia. Al contrario, emergono i primi segnali fisici: una densitometria ossea effettuata dopo tre mesi di trattamento mostra valori inferiori alla norma per l’età, suggerendo una possibile fragilità ossea.

Cosa prevedono le terapie di affermazione di genere

La cosiddetta terapia di “femminilizzazione” include estrogeni, anti-androgeni, analoghi del GnRH come la triptorelina e talvolta progestinici. Per i percorsi inversi viene utilizzato il testosterone. In entrambi i casi, si tratta di trattamenti destinati a proseguire per tutta la vita.

Il parere degli specialisti

Secondo Giuseppe Chiumello, endocrinologo pediatrico di fama internazionale, l’uso di ormoni in età adolescenziale comporta rischi significativi. Il testosterone può aumentare la probabilità di patologie cardiovascolari, alterazioni epatiche, disturbi dell’umore e squilibri ematici. Gli estrogeni, invece, sono associati a trombosi, embolie, ritenzione idrica, astenia e depressione, oltre a infertilità permanente e perdita della funzione sessuale maschile.

Anche i bloccanti della pubertà, come la triptorelina, sollevano preoccupazioni. Il neurologo pediatrico Martino Ruggieri evidenzia come questi farmaci rallentino la maturazione ossea, la crescita e la mineralizzazione dello scheletro, processi fondamentali proprio durante la pubertà.

Percorsi rapidi e comorbidità trascurate

Dalle testimonianze raccolte emerge un quadro che inquieta molte famiglie: diagnosi di disforia formulate senza valutazioni psichiatriche approfondite, continui cambi di terapeuti, colloqui sporadici e attenzione focalizzata quasi esclusivamente sugli aspetti ormonali.

Alcuni genitori raccontano di figli con autismo, Adhd, disturbi borderline o depressione che hanno ottenuto l’accesso alle terapie senza un percorso multidisciplinare strutturato. In certi casi, gli ormoni sono stati reperiti illegalmente online prima ancora dell’intervento del Servizio sanitario nazionale.

Tra paura, solitudine e senso di colpa

A unire queste storie non è l’intolleranza, ma un sentimento di smarrimento. Molti genitori raccontano di essersi sentiti soli, esclusi e messi di fronte a un aut-aut drammatico: accettare il percorso di transizione o temere per la vita dei propri figli.

Il loro desiderio, dicono, non è negare diritti o identità, ma garantire percorsi realmente prudenti, personalizzati e orientati al benessere globale dei ragazzi. Perché l’obiettivo finale, al di là di ogni etichetta, resta uno solo: figli vivi, sereni e tutelati.