“Se non siamo a tavola, siamo nel menù”

L’allarme di Carney alle potenze medie nel mondo post-egemonico

Il Primo Ministro canadese Mark Carney

A Davos, tra moquette ovattate e linguaggi rituali, Mark Carney ha pronunciato parole che rompono la liturgia del potere globale. «Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione». Non è una sfumatura semantica, è una diagnosi politica netta. Il vecchio ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti, quell’insieme di regole, alleanze e garanzie che ha retto per decenni, non tornerà.

Carney lo dice senza nominare Donald Trump, ma il riferimento è trasparente. Il trumpismo non è una parentesi, è il sintomo avanzato di un sistema che ha smesso di produrre beni pubblici globali e ha iniziato a usare l’integrazione economica come strumento di coercizione. Rotte aperte, sicurezza collettiva, risoluzione delle controversie, ciò che l’egemonia americana garantiva non è più scontato, né gratuito.

Il cuore del discorso di Carney è un avvertimento alle potenze medie. «La conformità non porta sicurezza. Non succederà». È la fine dell’illusione più pericolosa dell’Occidente minore, quella secondo cui l’allineamento automatico protegge. In un sistema di rivalità tra grandi potenze, chi non conta viene usato. «Se non siamo a tavola, siamo nel menù», ha detto Carney con una brutalità che raramente si ascolta a Davos.

Questo messaggio acquista un peso specifico maggiore mentre Trump si avvicina alla Svizzera per trasformare il World Economic Forum in un teatro di scontro aperto con l’Europa sulla Groenlandia. La pretesa statunitense sul territorio autonomo danese non è solo una provocazione geopolitica, è una sfida diretta all’idea stessa di sovranità tra alleati Nato.

In questo contesto, la frase attribuita al segretario al Tesoro statunitense, che avrebbe definito la Danimarca «irrilevante», segna un punto di non ritorno simbolico. Non è un insulto occasionale, è la verbalizzazione di una dottrina. Gli alleati valgono finché sono utili. I piccoli Stati, per definizione, non contano. È il linguaggio dell’impero, non della cooperazione.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di ritorno dell’imperialismo, promettendo resistenza ai “bulli”. Ma la retorica europea, se non accompagnata da capacità reali, rischia di restare difensiva e tardiva. Carney, invece, pone la questione corretta, non se adattarsi, ma come. Alzando muri, cioè accettando la logica dei blocchi dominanti, o costruendo qualcosa di più ambizioso, un coordinamento strategico tra potenze medie capace di pesare.

Il paradosso di Davos è che mentre si celebra il multilateralismo, si assiste alla sua dissoluzione pratica. Trump promette dazi, allusioni militari, annessioni “irreversibili”. E intanto normalizza l’idea che anche tra membri Nato la forza possa sostituire il diritto.

Carney ha fatto ciò che pochi leader fanno, ha detto la verità scomoda. L’ordine liberale non è in pausa, è finito. Continuare a comportarsi come se potesse tornare significa esporsi, disarmati, alla prossima coercizione. In un mondo così, la sobrietà non è moderazione, è lucidità. E la lucidità, oggi, è già una forma di resistenza.