Il campo di battaglia prima delle armi: le fratture nel mondo

Dal World Economic Forum 2026 al rapporto Oxfam: sicurezza globale e disuguaglianza come vulnerabilità strategica

Mentre in questi giorni a Davos capi di Stato, amministratori delegati, vertici militari e responsabili delle istituzioni finanziarie internazionali si confrontano sul futuro dell’economia e della stabilità globale, un dato emerge con forza crescente dal dibattito: la sicurezza internazionale non è più determinata soltanto dalla potenza militare, dall’equilibrio nucleare o dalla superiorità tecnologica, ma sempre più dalla capacità degli Stati di governare le proprie fragilità strutturali.

È in questo contesto che il rapporto Oxfam sulla disuguaglianza globale, presentato in concomitanza con il World Economic Forum 2026, assume una rilevanza che va ben oltre il suo perimetro originario. Non tanto come documento politico o sociale, quanto come strumento di lettura dell’ambiente strategico in cui oggi operano Stati, alleanze e attori non statuali. Perché le fratture economiche e sociali non producono automaticamente conflitto, ma ne amplificano la possibilità, ne accelerano la dinamica e ne moltiplicano gli effetti.

La disuguaglianza, nel mondo contemporaneo, non è una minaccia diretta alla sicurezza. È qualcosa di più sottile e per questo più insidioso: una variabile ambientale, una condizione di fondo che modifica il comportamento degli attori, riduce la resilienza delle istituzioni, altera la tenuta delle società e rende più permeabili gli Stati alle pressioni esterne. Per decenni, l’analisi della sicurezza si è concentrata quasi esclusivamente sugli strumenti hard power: forze armate, arsenali, dottrina, deterrenza, alleanze. Ma già dagli anni Duemila, e in modo sempre più evidente dopo la crisi finanziaria globale del 2008, è emerso come la stabilità di uno Stato non possa essere misurata soltanto attraverso il numero di divisioni schierate o la capacità di proiezione militare.

Il crollo di Stati formalmente dotati di forze armate rilevanti, dalla Libia all’Iraq, dall’Afghanistan alla Siria, ha mostrato come la forza militare, in assenza di coesione sociale, legittimità politica e sostenibilità economica, non garantisca stabilità strategica. È in questo spazio che la disuguaglianza entra come fattore determinante.

Secondo i dati resi pubblici nel 2026, la ricchezza globale continua a concentrarsi in modo sempre più marcato: oltre 18.000 miliardi di dollari sono detenuti da poco più di 3.000 miliardari, mentre la metà più povera della popolazione mondiale controlla appena lo 0,52% della ricchezza complessiva. In cinque anni, tra il 2020 e il 2025, la ricchezza dei miliardari è cresciuta dell’81% in termini reali. Questi numeri non assumono rilevanza per la sicurezza perché “ingiusti”, ma perché descrivono un mondo caratterizzato da una crescente polarizzazione economica che si traduce in fragilità istituzionale, instabilità politica e ridotta capacità di gestione delle crisi.

Uno Stato resiliente non è semplicemente uno Stato armato: è uno Stato in grado di assorbire shock, gestire crisi, contenere conflitti interni e resistere alle pressioni esterne senza collassare. In questa prospettiva, la disuguaglianza incide direttamente sulla sicurezza perché mina proprio quella capacità di assorbimento.

Nei Paesi caratterizzati da forti divari economici e sociali, le istituzioni tendono a perdere legittimità, la fiducia nei governi si riduce, la polarizzazione politica aumenta. Il risultato non è automaticamente la guerra, ma una progressiva erosione della capacità decisionale e della coesione nazionale, due elementi fondamentali per qualsiasi postura strategica. Studi comparativi mostrano che i Paesi più diseguali presentano una probabilità significativamente maggiore di subire regressioni democratiche, instabilità cronica e crisi di governance. In termini di sicurezza, questo significa maggiore vulnerabilità alle interferenze esterne, alle operazioni di influenza, alle pressioni economiche e alla destabilizzazione non convenzionale.

La sicurezza, dunque, non si costruisce soltanto con missili e fregate, ma anche con sistemi fiscali sostenibili, servizi pubblici funzionanti, accesso diffuso alle opportunità economiche. Dove questi elementi vengono meno, lo spazio strategico si restringe. Nel contesto della guerra ibrida, la disuguaglianza assume un ruolo funzionale: non genera il conflitto, ma lo rende più efficace, meno costoso e più difficile da contenere.

La guerra ibrida non si combatte esclusivamente con armi convenzionali ma attraverso la combinazione di pressione economica, disinformazione, cyberattacchi, utilizzo di attori non statali, manipolazione delle percezioni, sfruttamento delle vulnerabilità sociali. Ed è proprio in questo contesto che le fratture socioeconomiche diventano superfici operative. Società profondamente diseguali offrono bacini di reclutamento per gruppi armati e criminali, terreno fertile per radicalizzazioni ideologiche e religiose, maggiore esposizione a campagne di disinformazione, minore capacità di risposta coordinata da parte delle istituzioni. Non si tratta di attribuire intenzioni ostili a singoli attori, ma di riconoscere un dato strutturale: dove la coesione sociale è debole, qualsiasi forma di pressione strategica trova maggiore efficacia.

Il Sahel, il Corno d’Africa, alcune regioni del Medio Oriente e dell’Asia centrale mostrano chiaramente questa dinamica. Territori caratterizzati da povertà cronica, assenza di servizi, pressione demografica e debolezza statale diventano spazi contesi, non tanto per il loro valore intrinseco, quanto per la loro vulnerabilità sistemica. In questi contesti, la presenza di compagnie militari private, milizie locali, reti paramilitari e gruppi armati non statali non è un’anomalia, ma una modalità operativa ormai strutturale del sistema internazionale.

Questi attori non sostituiscono le forze armate regolari, ma ne integrano l’azione, permettendo una proiezione di influenza a basso costo politico e strategico. Il loro insediamento non è determinato solo da interessi esterni, ma dalla combinazione tra fragilità interna e opportunità geopolitiche. La disuguaglianza, in questo quadro, non è la causa diretta della presenza di attori armati irregolari, ma ne costituisce la condizione abilitante: senza contesti socialmente e economicamente fragili, tali attori troverebbero spazi di manovra molto più limitati.

Un altro ambito in cui la disuguaglianza interagisce direttamente con la sicurezza è quello delle migrazioni. I flussi migratori non rappresentano in sé una minaccia alla sicurezza, ma in presenza di forti asimmetrie economiche e istituzionali possono diventare fattori di pressione strategica. Le migrazioni sono generate da una pluralità di cause: conflitti, cambiamento climatico, instabilità politica, crisi economiche. Tuttavia, è la disuguaglianza globale a rendere tali flussi strutturali, persistenti e difficilmente governabili. È così che Stati, attori non statali e reti criminali si inseriscono all’interno dei flussi migratori, sfruttandone l’impatto politico sui Paesi di destinazione, la loro capacità di influenzare il dibattito pubblico e di incidere sulla coesione interna delle società di accoglienza.

Ancora una volta, la disuguaglianza non produce la migrazione come fenomeno, ma ne amplifica la portata strategica in termini di sicurezza. La competizione strategica contemporanea non si gioca soltanto sul piano militare o economico, ma sempre più su quello cognitivo e informativo. Le disuguaglianze sociali ed economiche diventano materia prima per la costruzione di narrazioni, per la delegittimazione dei modelli politici avversari, per l’erosione della fiducia nei sistemi istituzionali.

Crisi del ceto medio, precarizzazione del lavoro, periferie abbandonate, divari territoriali alimentano una percezione di declino che può essere utilizzata in chiave strategica all’interno della guerra informativa globale. Non si tratta di propaganda in senso classico, ma di una competizione per la definizione della realtà. In questo scenario, la disuguaglianza non è un contenuto ideologico, ma una componente dell’ambiente informativo: più è marcata, più le società diventano vulnerabili alla manipolazione delle percezioni.

Nel contesto europeo, la disuguaglianza rappresenta una vulnerabilità sistemica. I divari economici tra Nord e Sud, tra centro e periferie, tra garantiti ed esclusi non sono solo problemi sociali, ma fattori che incidono direttamente sulla capacità dell’Unione di agire come attore strategico coeso. Una società polarizzata economicamente è più esposta alla disinformazione, meno incline al consenso sulle politiche di sicurezza comune, più vulnerabile alle pressioni esterne. In questo senso, la sicurezza europea non può essere analizzata soltanto in termini di bilanci della difesa o capacità industriale, ma deve includere una valutazione delle condizioni socioeconomiche interne come parte integrante della postura strategica.

A completare il quadro vi è il cambiamento climatico, che interagisce in modo diretto con la disuguaglianza e la sicurezza. Le popolazioni più povere sono anche quelle più esposte agli effetti del riscaldamento globale: desertificazione, scarsità idrica, insicurezza alimentare. Questi fenomeni non solo aggravano le disuguaglianze, ma producono nuovi fattori di instabilità e conflitto. In questo senso, la sicurezza climatica non può essere disgiunta dalla sicurezza economica e sociale. Ignorare il legame tra disuguaglianza e clima significa analizzare solo una parte del problema strategico.

Nel sistema internazionale contemporaneo, la disuguaglianza non è una minaccia diretta alla sicurezza, ma un moltiplicatore di rischio che amplifica gli effetti delle crisi, riduce la resilienza statale e aumenta la permeabilità alle operazioni non convenzionali. Comprendere questa dinamica non significa politicizzare il tema, ma integrarlo nei modelli di analisi della sicurezza. In un mondo caratterizzato da competizione sistemica, conflitti a bassa intensità, pressione ibrida e guerra informativa, la disuguaglianza rappresenta una componente strutturale dell’ambiente operativo. Ignorarla significa analizzare il conflitto contemporaneo con categorie incomplete. Includerla, invece, consente di osservare il campo di battaglia prima che qualcuno spari.

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