Trump dichiara guerra all’Europa sull’Artico

Dazi punitivi contro chi difende la Groenlandia: il commercio usato come arma geopolitica

Manifestazione di sostegno alla Groenlandia a Copenaghen, 17 gennaio 2026

L’ultima mossa di Donald Trump, chi difende la Groenlandia paga. E paga in dazi, in destabilizzazione economica, in isolamento forzato. L’Europa, ancora una volta, è trattata non come alleata ma come variabile subordinata di una strategia di potenza che non ammette limiti né mediazioni.

Imporre tariffe fino al 25% contro otto Paesi europei, colpevoli, secondo Trump, di “giocare un gioco pericoloso” sull’Artico, significa usare l’arma commerciale come strumento di coercizione geopolitica. Non è una disputa doganale, è una sanzione politica. Un avvertimento. Un attacco diretto all’autonomia europea, mascherato da negoziato.

Il pretesto è la Groenlandia. Territorio autonomo sotto sovranità danese, crocevia strategico nell’Artico che Trump pretende di trasformare in merce di scambio, fino ad arrivare a evocare apertamente un “acquisto completo e totale”. Chi osa difendere lo status quo, chi prova a costruire una presenza coordinata europea per prevenire tensioni e ingerenze esterne, diventa un bersaglio. La logica è semplice e inquietante, o vi allineate, o vi colpiamo.

Colpisce, non a caso, la lista dei Paesi sanzionati. Sono gli stessi che partecipano all’operazione “Arctic Endurance”, un’iniziativa non NATO ma europea, nata dopo il fallimento del dialogo con Washington sul futuro dell’isola. Non ci sono ambiguità, Trump reagisce a un’Europa che prova a esistere come soggetto strategico. E lo fa nel modo che conosce meglio, piegando il commercio alla volontà politica.

In questo quadro, l’assenza dell’Italia non è neutra. Roma ha scelto di non inviare soldati, pur ribadendo a parole la centralità dell’Artico per UE e NATO. Una posizione prudente, forse tattica, che però espone un problema più ampio, l’Europa è forte solo se agisce insieme. Ogni eccezione, ogni silenzio conveniente, indebolisce la risposta collettiva.

Trump non guarda in faccia a nessuno quando deve piantare una bandierina che segni il suo passaggio nella storia. Sa di muoversi contro il tempo, le elezioni di medio termine incombono, il consenso è instabile, i fronti aperti sono molti. Prima della fine del 2026 vuole lasciare un segno tangibile, anche a costo di lacerare alleanze storiche. La Groenlandia diventa così simbolo e strumento, dimostrazione di forza verso l’esterno, messaggio identitario verso l’interno.

Ma il prezzo di questa strategia è alto. Per l’Europa, chiamata a scegliere se accettare la logica del ricatto o rivendicare la propria sovranità politica ed economica. E per gli Stati Uniti stessi, che rischiano di trasformare l’egemonia in isolamento.

Difendere la Groenlandia oggi non è solo difendere un territorio artico. È difendere l’idea che l’Europa non sia una periferia negoziabile, ma un attore con dignità e voce propria. Chi usa i dazi come manganello politico non sta negoziando, sta dichiarando guerra all’autonomia altrui. E l’Europa farebbe bene a prenderne atto.