Da nemica dell’impero a partner di Trump

Dalla retorica rivoluzionaria alla realpolitik con Washington, come si governa senza rivoluzione e senza rumore

Delcy Rodríguez presidente del Venezuela

In Venezuela la storia recente insegna che il potere non cade quasi mai per caso. Cade quando qualcuno lo spinge. L’ascesa di Delcy Rodríguez alla guida del Paese, dopo la cattura spettacolare di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi, non è solo l’ennesimo capitolo della tragedia bolivariana, è la prova che il vero campo di battaglia non è mai stato soltanto tra Caracas e Washington, ma dentro il cuore stesso del potere chavista.

Rodríguez è riuscita in ciò che per anni è parso impossibile, mantenere unito un Paese esausto, evitare esplosioni rivoluzionarie interne e, allo stesso tempo, aprire le porte a un riavvicinamento sfacciato con gli Stati Uniti. Dalla guerra politica permanente contro “l’impero” all’amicizia pragmatica con Trump, il salto è vertiginoso. Eppure è avvenuto senza scosse, senza colpi di Stato, senza piazze in fiamme. Un miracolo? No. Un calcolo.

La sua forza non è mai stata l’ideologia, ma il controllo. Tecnocrate travestita da rivoluzionaria, Delcy Rodríguez ha costruito il proprio potere smontando pezzo per pezzo l’architettura caotica del madurismo. Ha normalizzato l’economia, parlato con gli imprenditori, aperto agli investimenti, privatizzato di fatto settori strategici senza proclami. Ha ridotto l’iperinflazione, rimesso in moto la crescita, comprato tempo sociale. In un Paese dove la fame genera rivolte, la stabilità economica è l’arma più potente.

Questa capacità di muoversi tra mondi opposti non nasce dal nulla. Rodríguez è figlia di un guerrigliero marxista, ma è anche il prodotto di una formazione cosmopolita, laureata in giurisprudenza alla Central de Venezuela, perfezionata alla Sorbona in diritto del lavoro, passata per Londra tra diplomazia e studi politici. Anni vissuti tra Parigi e la City, tra ambasciate e università, le hanno dato una disciplina mentale, una padronanza delle lingue e una cultura del potere che nel chavismo erano rare. In un governo spesso provinciale e ideologico, lei ha imparato presto il linguaggio dei dossier, dei numeri, delle trattative riservate. È lì che si forma il carattere freddo, meticoloso, ossessivo per il controllo che oggi la distingue.

Nel frattempo, mentre pubblicamente recitava il copione dell’anti-imperialismo, dietro le quinte trattava. Con l’élite economica. Con consulenti stranieri. E, soprattutto, con Washington. Il ripristino dei canali con gli Stati Uniti non nasce oggi, è un processo avviato anni fa, silenzioso, chirurgico. Rodríguez ha capito prima di altri che il chavismo non sarebbe sopravvissuto alla propria rigidità ideologica. O si mutava, o moriva.

È qui che la storia si fa inquietante. Perché la transizione che oggi viene presentata come imposta dall’esterno ha tutte le caratteristiche di un passaggio preparato dall’interno. Maduro isolato, indebolito, progressivamente svuotato di potere reale. Rodríguez che concentra su di sé economia, finanze, petrolio. I rivali neutralizzati. Le leve strategiche in mano. Quando arriva il colpo americano, il sistema non crolla. Si ricompone. Lei resta. Tutti gli altri spariscono.

È legittimo chiedersi se l’arresto e la deportazione di Maduro siano davvero solo “farina del sacco” di Washington o se non siano stati, almeno in parte, resi possibili da un lavoro di scavo interno. Non servono complotti, basta osservare i fatti. Nessuna resistenza significativa. Nessuna spaccatura militare. Nessuna sollevazione popolare. In un Paese che per anni ha tremato a ogni scossa politica, il silenzio è assordante.

Delcy Rodríguez ha tenuto insieme il Venezuela non perché abbia pacificato le coscienze, ma perché ha neutralizzato i detonatori. Ha tolto ossigeno alla rabbia sociale e potere ai rivali interni. Ha sostituito la retorica con i numeri, la rivoluzione con la gestione, il mito con il contratto. E ora si presenta come l’unica figura in grado di parlare sia al popolo che a Trump.

Il paradosso è che la figlia di un guerrigliero marxista, cresciuta nel culto della rivoluzione, potrebbe essere la liquidatrice finale del chavismo. Non per tradimento, ma per evoluzione. Non per ideologia, ma per sopravvivenza.

In America Latina il potere non cambia mai volto senza sangue. In Venezuela, oggi, cambia volto senza rumore. Ed è forse questo il segnale più chiaro che non siamo di fronte a una liberazione, ma a una transizione controllata. Con un’unica regista: Delcy Rodríguez.