Firenze e il caso Zacharova, quando la danza diventa geopolitica

Da Firenze a Torino, l’Italia e il confine sempre più sottile tra cultura, guerra e censura

Svetlana Jur'evna Zacharova, la ballerina russa al centro delle polemiche per la cancellazione dello spettacolo al Maggio Musicale Fiorentino.

Il sipario non si è alzato, e non si alzerà. Il 20 e 21 gennaio 2026, al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Svetlana Jur’evna Zacharova avrebbe dovuto tornare in scena con ‘Pas de deux on Fingers and for Fingers’, accompagnata dal marito, il violinista Vadim Repin. Invece, lo spettacolo è stato cancellato. Ufficialmente “sospeso”, ma il risultato non cambia: niente balletto, biglietti rimborsati, polemiche inevitabili.

Svetlana Zacharova e Vadim Repin, la coppia di artisti al centro delle polemiche per lo stop allo spettacolo al Maggio Musicale Fiorentino.

La motivazione fornita dal Maggio Musicale parla di “tensioni internazionali in corso” e di un contesto che avrebbe potuto “compromettere il successo dello spettacolo”. Una formula prudente, quasi neutra, che però non riesce a nascondere ciò che tutti sanno: questa non è una decisione artistica, ma politica. Secondo quanto riportato da Euronews e da altri media italiani, prima dell’annuncio ufficiale sarebbe arrivata una lettera formale dell’ambasciata ucraina in Italia, indirizzata sia al Comune di Firenze sia alla direzione del teatro, per segnalare l’inopportunità di ospitare Zacharova e Repin.

Ma chi è Svetlana Zacharova e perché il suo nome divide? Zacharova non è una ballerina qualunque. Nata a Lutsk, in Ucraina, formatasi tra Kiev e San Pietroburgo, è diventata una delle étoile più celebrate del Teatro Bolšoj, simbolo stesso del balletto russo nel mondo. Ma accanto alla carriera artistica, c’è un’altra biografia che pesa: Zacharova è membro del partito Russia Unita, è stata deputata della Duma di Stato dal 2007 al 2011, ha sostenuto l’annessione della Crimea nel 2014 e nel 2024 è stata delegata elettorale di Vladimir Putin. Elementi che, nel clima attuale, rendono la sua presenza sui palcoscenici europei tutt’altro che neutra.

La ballerina ha confermato la cancellazione ai media russi, limitandosi a una frase secca: “I motivi li conoscete già. Non voglio commentare”. Molto meno diplomatiche le reazioni ufficiali. L’ambasciata russa in Italia ha parlato apertamente di “russofobia”, accusando Firenze, culla del Rinascimento, di sprofondare nelle torbide acque della discriminazione culturale. Parole durissime, rilanciate da RIA Novosti e da altri media russi.

Eugenio Giani, presidente della Toscana, intervenuto sul caso della cancellazione dello spettacolo.

A rispondere è stato il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che ha definito quelle accuse “prive di senso”, ribadendo che “non si può confondere la cultura con la politica”, ma aggiungendo una frase che suona come una linea rossa: finché la Russia continuerà ad agire come “Paese oppressore” e non mostrerà segnali concreti di pace, certe scelte diventano inevitabili.

Parole che raccontano bene l’ambiguità del momento: la cultura non nasce per essere politica. Nasce per parlare all’umano, attraversare i confini, sottrarsi ai conflitti. Eppure, oggi scopre di non potersi più chiamare fuori: non perché lo voglia, ma perché la politica le ha messo le mani addosso, trasformando ogni palco in una dichiarazione e ogni silenzio in una presa di posizione.

Valerij Gergiev, direttore d’orchestra di fama mondiale.

Firenze non è però un’eccezione: è l’ultimo tassello di una lunga sequenza di stop, annullamenti e boicottaggi che negli ultimi anni hanno colpito artisti russi considerati vicini al Cremlino. Prima di Zacharova, è toccato a Valerij Gergiev, direttore d’orchestra di fama mondiale e sostenitore dichiarato di Putin, escluso da numerosi festival europei già dal 2022. Stessa sorte per il basso Ildar Abdrazakov, membro del Consiglio presidenziale russo per la cultura, le cui esibizioni in Europa sono state cancellate o contestate per il suo ruolo istituzionale a Mosca.

Ma il caso che più di tutti ha segnato uno spartiacque resta quello di Anna Netrebko, soprano russa tra le più celebri al mondo, la quale non è mai stata una politica. Tuttavia, la sua carriera è diventata un campo di battaglia. Dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, il Metropolitan Opera di New York (Met) le ha chiesto di prendere le distanze pubblicamente da Vladimir Putin. Netrebko ha condannato la guerra, ma si è rifiutata di attaccare direttamente il presidente russo, dichiarando di non voler essere costretta a dichiarazioni politiche.

Non è bastato. Il Met ha rescisso i contratti, seguito da altri teatri europei. Netrebko ha avviato una causa legale per discriminazione, mentre i palcoscenici occidentali si dividevano tra chi la reintegrava e chi continuava a escluderla. Ogni suo ritorno in scena, come a Londra nel 2025,  è stato accompagnato da proteste, manifestazioni e accuse di legittimare, anche solo simbolicamente, il Cremlino. La differenza con Zacharova è sottile ma decisiva: Netrebko non ha mai ricoperto ruoli politici, Zacharova sì. Ed è su questo crinale che oggi si gioca la partita.

Il caso fiorentino dialoga, inevitabilmente, con quanto accaduto a Torino lo scorso novembre, quando al Polo del ’900 è stato cancellato il convegno “Russofilia, russofobia, verità”, con la partecipazione dello storico Angelo d’Orsi e del giornalista Vincenzo Lorusso. Anche lì, le accuse erano le stesse: propaganda, guerra ibrida, megafoni del Cremlino. Anche lì, la pressione politica, in quel caso esercitata da Europa Radicale e sostenuta pubblicamente dall’eurodeputata Pina Picierno, ha portato alla cancellazione dell’evento. D’Orsi ha parlato apertamente di “censura in nome della democrazia”, denunciando il paradosso di un Occidente che si proclama baluardo della libertà mentre impedisce il dibattito prima ancora che avvenga.

Danza, musica, conferenze, parole. Tutto oggi sembra passare attraverso un filtro geopolitico. Non conta solo cosa si fa, ma chi lo fa, da dove viene e quale storia si porta addosso. Il caso Zacharova non riguarda solo una ballerina ma sembrerebbe riguarda l’Italia, l’Europa e il modo in cui la guerra entra nei teatri, nelle università, nei luoghi della cultura. Riguarda il confine – a quanto pare sempre più fragile – tra difesa dei valori e censura preventiva. Ma allora, quando il silenzio del palcoscenico diventa una scelta politica, chi sta davvero parlando?