Donald Trump ha ribadito in una recente intervista al New York Times che non considera il diritto internazionale un vincolo essenziale per l’azione degli Stati Uniti e che l’unico limite reale alla sua autorità come presidente è la propria morale personale. Di fronte a una domanda sulle restrizioni al suo potere, Trump ha affermato: “Sì, c’è una cosa. La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi”, delineando una visione fortemente individualistica e, per molti osservatori, pericolosamente autoreferenziale del potere esecutivo.
Un diritto “a interpretazione personale”
La dichiarazione arriva in un momento di forte tensione nelle relazioni internazionali e di rinnovato protagonismo geopolitico americano. Trump ha aggiunto che il rispetto delle norme internazionali dipende da “quale definizione di diritto internazionale” si adotta, una formula che suona più come un espediente retorico che come una posizione giuridica. Di fatto, il presidente sembra rivendicare il diritto di scegliere quali regole seguire e quali ignorare, svuotando di significato l’idea stessa di un ordine internazionale basato su norme condivise.
Il potere come prerogativa personale
Non si tratta solo di una provocazione verbale. Le parole di Trump rivelano un’impostazione che riduce il diritto a un’opinione e trasforma il potere in prerogativa personale. È una concezione che mina alla radice il principio di limitazione dell’autorità, cardine delle democrazie costituzionali, e che apre la strada a una gestione arbitraria della politica estera. In questo quadro, la “morale” del presidente diventa l’unico argine, con il rischio evidente di sostituire le regole con l’umore e l’istinto.
Groenlandia: la geopolitica come proprietà
Nel corso dell’intervista, Trump ha chiarito la sua visione toccando temi sensibili come la Groenlandia e il Venezuela. Sulla Groenlandia ha ribadito che la “proprietà” dell’isola avrebbe un valore strategico e psicologico superiore al semplice rispetto dei trattati. Una posizione che molti alleati europei leggono come l’ennesima dimostrazione di un approccio predatorio, in cui i territori non sono comunità da rispettare ma asset da acquisire. Più che diplomazia, una logica da compravendita applicata alla geopolitica.
Venezuela e precedenti ignorati
Quanto al Venezuela, Trump ha difeso l’azione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, sostenendo che si trattava di una risposta a presunte minacce per la sicurezza americana. Ha anche liquidato il rischio di creare precedenti per altre potenze, come la Cina, con una sicurezza che appare quantomeno superficiale. Ignorare deliberatamente l’effetto domino delle proprie azioni significa sottovalutare, o fingere di non vedere, le conseguenze sistemiche di una politica estera aggressiva.
L’ordine internazionale sotto pressione
La scelta di subordinare il vincolo delle norme internazionali alla valutazione personale del presidente solleva interrogativi seri sulle relazioni degli Stati Uniti con le istituzioni multilaterali. Per decenni, l’ordine internazionale ha cercato di limitare l’uso arbitrario della forza. Trump sembra invece deciso a smantellare questo impianto, sostituendo il diritto con la discrezionalità.
Il rischio di una giungla globale
I critici sottolineano come il diritto internazionale, pur imperfetto, sia stato costruito per garantire prevedibilità e cooperazione tra Stati sovrani. Metterlo in secondo piano significa indebolire l’ONU, svuotare i trattati e alimentare un clima di incertezza che favorisce solo i più forti. Non è realismo politico, è cinismo di potenza.
Le reazioni degli alleati e le tensioni interne
La reazione internazionale non si è fatta attendere. Diversi leader europei hanno espresso preoccupazione per quella che definiscono una deriva unilaterale della politica estera americana, temendo un progressivo allontanamento dagli impegni multilaterali. In patria, intanto, prosegue il dibattito sul ruolo del Congresso nel controllo dell’uso della forza militare, con il rischio di nuove tensioni costituzionali.
Una frattura profonda
In definitiva, la visione espressa da Trump, in cui il diritto internazionale diventa accessorio e la morale personale criterio supremo, segna una frattura profonda nel modo in cui gli Stati Uniti intendono stare nel mondo. Non è solo una reinterpretazione delle regole, è una sfida aperta all’idea stessa che il potere debba avere limiti. E quando i limiti saltano, la storia insegna che a pagare il prezzo non sono mai solo gli altri.
